CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

Je Suis L’Autre. Giacometti, Picasso e gli altri (Roma, 2018)

Mi sono sempre sentita sana, felice e ricca quanto più nutrivo i miei occhi delle produzioni creative dell’essere umano, e la mostra che mi ha portata a Roma è venuta pienamente incontro a questo mio sentire. Ma l’appagamento dei sensi e dell’anima che mi ha colta, così come già è capitato ovviamente in altre occasioni, stavolta non credo sia esclusivamente dovuto alle opere esposte, né alla cornice in cui queste sono state inserite. C’è qualcos’altro.

La mostra Je Suis L’Autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il Primitivismo nella scultura del Novecento, curata da Francesco Paolo Campione in collaborazione con Maria Grazia Messina e allestita nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano sino al 20 gennaio 2019, espone ottanta opere tra sculture di artisti del Novecento e artefatti etnografici e popolari databili tra il XV e l’inizio del XX secolo, nonché una selezione di opere precolombiane, ed è frutto della collaborazione tra il Museo delle Culture di Lugano (diretto dallo stesso Campione) e dal Museo Nazionale Romano.

Il percorso si apre con alcuni pannelli sui quali gigantografie in bianco e nero documentano la ricezione delle arti etniche e popolari in Occidente nel corso del Novecento: sono qui immortalati studi d’artista e interni di gallerie d’arte che contribuirono alla diffusione delle opere giunte dall’Africa, dall’Estremo Oriente, dal Centro e Sudamerica, ricordati protagonisti dal mondo dalla moda, del cinema e dello spettacolo dei primi decenni del secolo scorso come la celeberrima Josephine Baker, e infine ritratti artisti e intellettuali tra le proprie collezioni etnografiche private. Le immagini sono inframmezzate da sintetiche informazioni storiche e da numerose, e spesso poetiche, citazioni da artisti primitivisti dell’epoca su tale incontro.

Questa contestualizzazione storico-culturale al Primitivismo è tra i pochissimi testi di una mostra che, d’ora in poi, si limiterà di volta in volta a introdurre ‘categorie d’insieme’ per mettere in relazione fra loro opere d’arte di origine eterogenea (altrimenti prive di comunanze stilistiche che permettano un accorpamento definitivo così come la ricostruzione d’una qualsivoglia filogenesi) sulla base di quelle che sembrano rappresentare delle costanti nei bisogni espressivi dell’individuo di fronte a questioni profonde dell’esistenza.

La volontà è infatti quella di proporre al visitatore una mappa concettuale che rimane comunque appena accennata (non si tratta, infatti, di rigide tassonomie che vengono messe in scena) e priva di qualsiasi volontà di esclusività nell’ascrizione di un’opera a un tema piuttosto che a un altro. Così come, parimenti, le medesime categorie non hanno pretesa d’esaustività, ma di ‘orientamento’ per cercare di restituire ricerche, esplorazioni, direzioni.

Il raccordo con le prime opere esposte, che seguiranno di qui a poco, è attraverso un’ulteriore serie di immagini fotografiche e testi che introducono il ruolo giocato dalle arti orientali, da quelle etniche e quelle popolari (variamente definite come “arcaiche”, “esotiche”, “coloniali”, “naturali”, “negre”, “selvagge”, “primordiali”, “tribali” e “primitive”), cui si aggiungono artefatti archeologici, arte infantile e art brut, nella ‘liberazione’ degli artisti dai condizionamenti ideologici e formali del passato. Da questo momento, infatti, e in virtù di quell’apporto, gli artisti saranno sempre meno interessati all’apparenza e alla verosimiglianza e si orienteranno invece verso la ricerca e la sperimentazione basata sempre più sulla semplificazione e deformazione di corpi e volumi.

Da questo momento, nella mostra, comincia l’esposizione delle sculture. Le ‘isole tematiche’ individuate sono cinque e ciascuna verrà articolata di volta in volta con una ventina di righe di testo esplicativo, ma al contempo poetico, di grande suggestione:

– “L’infanzia dell’essere”, che riunisce i temi delle origini, del primordiale, del genuino, dello spontaneo, dell’impulso, dell’istinto e della memoria ancestrale.

– “La visione e il sogno”, che comprende i temi dell’estasi, dell’allucinazione, del sonnambulismo, dell’illusione, del miraggio, del delirio, del mostruoso, dell’animalesco.

– “Il mondo magico”, che racchiude i temi del rito, della magia, dell’idolo e del feticcio, della predestinazione, del fato.

– “Amore e morte”, che raggruppa i temi della vitalità, della fecondità, del desiderio, dell’eros, della dissolutezza, della libidine, del disordine, dell’ossessione, della violenza e della trasgressione.

– “Il visibile e l’invisibile”, che contiene le ricerche inerenti le aree dell’ambiguo, dell’ignoto, del contraddittorio, della maschera e del mascheramento, del tabù e dell’ombra.

Nella volontà di cercare di restituire almeno in parte il piacere che ho provato nel percorrere le sale e nel soffermarmi davanti alle opere, custodite come gioielli nelle teche (e stavolta sono davvero ‘gioielli’ della creatività umana!), non vorrei però dilungarmi oltre con le parole e preferirei proporre invece le immagini di alcune opere che hanno trovato spazio nell’allestimento. E se preferisco proporre questo piuttosto che descrivere-raccontare-spiegare togliendo il gusto della visita in prima persona, dell’incanto davanti alle opere concrete e rifiuto di scrivere un’ennesima recensione che poi diventa il solito ritrito spot seriale all’esposizione, vi sarà chiaro nelle due considerazioni finali, che quelle sì sono le riflessioni sulle sensazioni che ho provato e su quel che penso di questa proposta.

Je Suis L’Autre, a mio avviso, è veramente riuscita e decisamente da vedere. Due ragioni, in particolare, me l’hanno resa gradita, una di ordine estetico, l’altra etico (e le due dimensioni, già sappiamo, vanno di pari passo).

La prima ragione è che Je Suis L’Autre per prima cosa vuole far vedere, osservare, guardare e lasciarsi coinvolgere emotivamente e realizza questo non appesantendo l’esposizione con un apparato di spiegazioni interno al percorso espositivo stesso. Di fatto queste, per quanto interessanti, diventano spesso soffocanti e mortificanti l’esperienza estetica, e ciò vale sia per il visitatore curioso, competente o specialista del tema, che quelle informazioni in gran parte già le possiede o se le andrebbe poi comunque a cercare altrove, sia per il visitatore mordi-e-fuggi o non particolarmente appassionato, che si limiterà a passare e guardare senza impegno, al limite godendo d’una disimpegnata visita guidata (così da non dover neanche deve fare lo sforzo della lettura).

Ciononostante faccio sommessamente notare che non sarebbe comunque stata fuori luogo la realizzazione di una brochure, gratuita o a costo estremamente contenuto, con testi che offrissero approfondimenti sugli artisti e sui contesti culturali, così che il visitatore curioso ma non specialista potesse portarla con sé e, di tanto in tanto, a suo gradimento, aprirla e consultarla. Perché questo bisogno c’è da parte di tutti i visitatori, ed è un ‘bisogno relazionale’: di ricostruire le connessioni, di conoscere i contesti, di tracciare percorsi e genealogie che alla fine portino anche a sé.

Me ne sono accorta diventando casualmente guida informale ed estemporanea a un’opera commovente, Il Nuovo Mondo di Francesco Toris, quando due donne in là con gli anni o la famiglia spagnola con figli adolescenti si aggiravano inquisitive intorno alla teca e io conoscevo la storia e l’artista che c’era dietro. Di qui, in un impeto di desiderio mio di raccontare e loro di sapere, il mio racconto su quel giovane carabiniere internato che realizzò quel lavoro, e due parole su ospedali psichiatrici, art brut e la raccolta torinese.

Parole che nel raccontare i contesti (del passato, dell’altrove) ci mettono in relazione con quello!

La seconda ragione per cui ho apprezzato tanto questa esposizione è che io, attenta e sospettosa come sempre quando sento parlare di Primitivismo (visto che, nel 2018, c’è chi ancora ne parla secondo prospettive coloniali…), questa volta sono stata sorpresa da una mostra in cui agli oggetti d’arte contemporanea così come agli artefatti etnografici e agli artisti che hanno prodotto gli uni e gli altri viene dato pienamente pari valore (estetico, etico, culturale), e le categorie (le ‘isole tematiche’ citate) cui vengono temporaneamente ascritti sono trasversali e indipendenti dal tempo, dal contesto, dal mercato di produzione, fruizione, circolazione.

Si potrebbe discutere, è vero, del parlare di “opere d’arte” per entrambi i tipi di produzione (ma ciò discende dal problema a monte della scelta di ritenere definibile culturalmente o al contrario universalmente la categoria “arte”), così come il ricorso alla nozione di “capolavori” meriterebbe una filippica su etnocentrismo e relativismo culturale. Ma lo sguardo affettuoso, partecipe, commosso e delicato che hanno provato sicuramente i curatori nello scegliere gli oggetti, nell’allestire il percorso e nel proporne la visione ai visitatori li scusa di quella terminologia acchiappa-pubblico (che non è poi riflessa da alcuna corrispondenza di prospettiva nella mostra).

Ricordo vagamente che un qualche antropologo (forse Francesco Remotti?) una volta scrisse della finzione per cui si riconosceva all’altro culturale dignità pari alla nostra e inclusione nella medesima storia dell’umanità solo per quelle sue produzioni culturali che erano state realizzate in un passato remoto e presentavano una discontinuità rispetto alla cultura dei discendenti odierni di quelle popolazioni. Così facendo ne conseguiva legittimamente il distanziamento, la svalorizzazione e il disconoscimento dell’altro culturale contemporaneo, non all’altezza del suo passato perché ormai decaduto, degenerato rispetto a quello.

Ebbene: Je Suis L’Autre fa il contrario. Nobilita l'”altro” oggi in contemporanea al “noi” su cui ha tanto influito, portando (le produzioni di) entrambi i soggetti nel medesimo spazio già riconosciuto come sede espositiva di alto livello (io me lo vedo Marcel Duchamp che sta sorridendo!) e anche all’interno della medesima teca, a suggerire una ipotetica, ma possibile, continuità del rappresentare, del pensare e ancora prima del sentire da parte di esseri umani lontani nello spazio e talvolta anche nel tempo.

Quel medesimo sentire che è anche del visitatore, appagato a sua volta, almeno per qualche ora, negli occhi e nell’anima, a riconoscersi parte della medesima umanità. Non una cosa da poco, in tempi in cui prevalgono faziose quanto fasulle narrative di distinzione, sospetto e frammentazione tra gli esseri umani.

 

PS1. A scanso di equivoci, lungi da me – e mi pare anche abbastanza dai curatori della mostra – proporre analogie di tipo formale tra opere del Primitivismo (inteso come movimento/attitudine nell’arte contemporanea) e artefatti etnografici, pur se collocati nella medesima ‘isola tematica’, sulla base di una presunta analogia transculturale nel vedere e nel rappresentare da parte dell’umano. Né l’antropologia culturale né le neuroscienze hanno ancora dato risposta definitiva sul tema, quindi non mi pronuncio certo io, pur se sono ovviamente cosciente che il numero delle possibilità, per quanto incalcolabile, è comunque limitato dall’avere tutti gli umani tendenzialmente un analogo apparato strumentale (leggi: il corpo) che entra in gioco come strumento per il sentire, rielaborare e poi esprimere ciò che si sente.

PS2. Come antropologa, mi piacerebbe molto vi fossero mostre dedicate alla (storia della) produzione artistica in altri contesti culturali che non facessero riferimento a come è stata percepita dall’arte contemporanea occidentale, bensì che le dessero valore in sé. Ovvero vorrei la celebrazione del sentire e dell’esprimere, dell’immaginazione e della creatività umana, a ogni latitudine e longitudine, senza passare attraverso la mediazione di quanto prodotto da ‘noi’. Ogni tanto ciò accade. Anche se non è il caso di questa mostra, che invece propone un’altra lettura (quella del debito del Primitivismo all’arte etnografica) e forse sì, assume anche ancora quella prospettiva. Ma ogni tanto, appunto, in altre mostre, accade anche che si celebri la produzione espressiva in altri contesti culturali in sé. Credo che il lavoro da fare, sia mettere insieme tutte queste storie, e di qui ricostruire ‘la’ Storia dell’umanità in tutte le dinamiche e relazioni in cui è accaduta e si è espressa. Per cui non mi rammarico di proposte che presentano solo un pezzo di quella storia: ve ne saranno altre che proporranno altri pezzi (grazie a Maria Luisa Ciminelli che mi ha stimolato, con le sue osservazioni, a esplicitare questa mia posizione).

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