CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

CRISTINA BALMA-TIVOLA

Tatuaggi: l’unicità del corpo attraverso segni visibili

Scrive Michela Fusaschi che “per l’antropologia, il tatuaggio è una pratica che rientra nella categoria delle modificazioni e alterazioni del corpo largamente e
storicamente diffuse pressoché in tutte le società” [(2009) “Antropo/grafie del corpo. Piercing e tatuaggio nelle soggettività contemporanee” in G. Guizzardi, Identità incorporate.  Segni, immagini, differenze, Il Mulino]. Esso può essere provvisorio come nel caso dei tatuaggi all’henné che perdurano alcune settimane, o permanente, quando ottenuto per mezzo di punture del derma con aghi intrisi di inchiostro o di altre sostanze.

“La letteratura etnografica ci ha per molto tempo restituito interpretazioni di pratiche come il tatuaggio in termini di segni tradizionali per mezzo dei quali la collettività viene ad imprimere sulla e nella carne degli individui marchi indelebili di un’appartenenza ed un’identità comuni, questo per ricordare costantemente i valori della società nella sua interezza e attribuire anche agli individui un posto adeguato in seno alla medesima come perpetuazione di un ordine sociale”: in questo senso possiamo leggere tanto i tatuaggi facciali dei Maori, che indicavano gli uomini liberi e nobili, quanto quelli, di converso, fuori dal comune per nascita o talvolta anche per condizione di vita o per scelta, come nel caso di marinai e carcerati nella società europea ottocentesca.

Per questi ultimi il segno indelebile lasciato dal tatuaggio veniva a
rappresentare sia l’attestazione del passaggio alla vita dei veri ‘duri’, sia un segno di virilità. Il tatuaggio era in
uso fra pellegrini e soldati, pirati, prostitute e spogliarelliste, ma
anche fra operai che vi vedevano il modo per simbolizzare il proprio
valore. Parimenti funzionava per i nobili, uomini e donne, per i
quali rappresentava un segno di distinzione sociale.

Infine, “dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa pratica esce definitivamente dalla dicotomia bene/male”, così come il tatuaggio non diviene più elemento per l’omologazione a una determinata categoria sociale quanto opportunità/segno di distinzione che celebra l’unicità dell’individuo, differenziando il proprio corpo da quelli altrui.

Nelle conversazioni con persone che hanno tatuaggi sul proprio corpo sono giunta alla conclusione ch’esse non ritengono d’essersi ‘ricoperte’ con un qualche segno, ma d’aver fatto emergere qualcosa della propria identità all’esterno, quasi la pelle dipinta diventasse un’interfaccia tra la propria natura interna e la sua rappresentazione – visibilità per sé e per gli altri – esterna.

In questo senso, a volte, sogno di farmi io stessa uno o più probabilmente più tatuaggi. Se dovessi mai realizzare tale desiderio, essi seguirebbero questa ultima ipotesi interpretativa.

Mi tatuerei allora:

– una farfalla su una scapola, sulla pancia o su un fianco -> per la loro bellezza naturale e a indicazione di una vita breve ma intensa;

– una piccola tartaruga -> perché la mia casa è sempre stata ciò che, nomade, sono riuscita a mettere in uno zaino e caricarmi sulle spalle;

– l’arcano maggiore della Papessa dei tarocchi (in stile Art Nouveau), in grande sulla schiena -> la Papessa rappresenta il femminile notturno, l’anti-maternità, l’amore platonico, l’intuizione, l’anelito all’arte e alla filosofia, caratteristiche per le quali mi sento vicina a questo personaggio;

– e infine un sole, raggiante, sorridente e luminoso, all’interno della caviglia -> per contemplarlo solo io, nei momenti più duri e difficili dell’esistenza, e ricordarmi che così come sono stata felice in passato potrei esserlo di nuovo in futuro, e quindi darmi speranza.

E voi avete tatuaggi? Quali e dove?

E se non ne avete, quali vi piacerebbe avere?

Quali immagini rispecchierebbero la vostra identità?