CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

Persone, Persone, PERSONE, queste che sono MORTE!

Infinitamente lontana dalla retorica di queste ore, riporto una riflessione da Fortress Europe segnalatami da Brigida, che restituisce bene il mio sentire, il mio dolore, la mia rabbia.

Persone, queste che sono morte: non migranti, e tanto meno clandestini.

Persone. Ovvero – ciascuna – un insieme di esperienze uniche di vita, di storie, di sogni, di affetti, di speranze. PERSONE.

Persone che conducono un’esistenza esattamente con i nostri stessi problemi, con le nostre stesse incertezze, con amici e famiglie che le sostengono, con decisioni enormi e slanci di coraggio, e lo sfondo del terrore di perdere tutto, compresa la propria vita – proprio come noi.

E chiunque affermi il contrario, o è fuori dalla realtà, o è in spaventosa malafede.


Le foto dei sacchi di morti in fila sul molo di
Lampedusa, le ho già viste due volte. Ma non era l’Italia. Era la Libia,
era la Siria… Ed erano i morti dei bombardamenti abbandonati sui
marciapiedi davanti agli ospedali di campo.
In
fondo la guerra si assomiglia sempre, ovunque si faccia. Anche quando è
la guerra che l’Europa combatte ogni giorno in frontiera, contro i
poveri che rivendicano il diritto alla mobilità disobbedendo alle nostre
folli leggi sull’immigrazione.

Quella guerra però non la vogliamo
vedere. Per noi è tutto normale. Un amaro gioco delle parti, in cui le
uniche colpe sono degli scafisti cattivi, della burrasca o del fato
. E
nemmeno i 300 martiri di oggi ci apriranno gli occhi. Perché sono
soltanto numeri. Numeri come quelli che incideranno con un chiodo sul
cemento fresco gettato in fretta sulle tombe dei corpi ripescati in
tempo. Tutti gli altri, saranno mangiati dai pesci sui fondali del mare,
mentre qualcuno dall’altro lato del mondo chiederà invano del proprio
amore.

Ecco forse sono queste le parole giuste. Parole d’amore in questa
palude di morte. Le parole di Tesfay Mehari, un famoso cantante
eritreo, che dedica questo pezzo alla donna che ha perso nei mari
d’Italia. Forse non c’è bisogno delle grandi tragedie per aprire gli
occhi. Basterebbe sentire proprio il dolore di un amore spezzato per
sempre, per vedere tutto ad un tratto la guerra e distinguere le sue
vittime dai suoi colpevoli.

“Mare, dentro di te sta il mio amore.
Hai preso la sua anima e il suo cuore.
Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei.
Cercala ovunque, trovala, fallo per me.
Mare riportami l’amore della mia anima
Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.
Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia
E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire
Mare!
Non sei tu il mare? E allora rispondimi!”