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Douglas Beasley – Il paesaggio sacro nordamericano

Complici una bella giornata e un po’ di iniziative da discutere di persona, la scorsa settimana ho attraversato l’appennino ligure per recarmi a Genova, dove quel piccolo gioiello del Castello D’Albertis – Museo delle culture del mondo ospita ancora per poco meno d’un mese la mostra fotografica “Douglas Beasley – Il paesaggio sacro nordamericano” sino al 23 febbraio 2020.

Douglas Beasley non è una nuova conoscenza del museo: da oltre 10 anni alcune sue immagini in bianco e nero di grandi dimensioni sono esposte permanentemente nell’area dedicata alle culture native pre-ispaniche, sospese nell’aria così che il cielo ivi ritratto si ponga in continuità con quello reale attraverso il lucernario del castello.


Il tema, in queste immagini così come in quelle della mostra temporanea attuale, è lo stesso.
Siamo nelle Black Hills e nelle Badlands nel Sud Dakota, dove hanno avuto luogo le più cruente battaglie tra anglo-americani e nativi, e dove il territorio è intriso della presenza degli antenati di questi ultimi e pervaso dalla relazione di continuità tra la natura e la comunità umana che la abita.
Accanto a canyon e a cavalli allo stato brado, vediamo allora dettagli dal luogo di sepoltura di Red Cloud o del cimitero di Wounded Knee, dove la presenza umana è testimoniata dai segni della preghiera e del contatto con gli spiriti (pezzi di stoffa o bandiere annodati ai rami degli alberi), e ancora Bear Butte, montagna sacra per numerosi gruppi indigeni i cui membri ancora oggi vi si recano per recitare preghiere e offrire doni al Creatore.

Ma anche le immagini che ritraggono le montagne o le nuvole mosse dal vento non sono mai spazi aperti incontaminati, tutt’altro: a ben vedere sono sempre antropizzati. A ben vedere, perché magari il traliccio o il filo della corrente elettrica è quasi impalpabile sullo sfondo, o la strada che diventa una linea sull’altrimenti indistinto deserto si perde all’infinito senza alcuna auto a percorrerla.
In più, non viene documentato esclusivamente il passaggio dell’essere umano nel passato, ma anche il potenziale scontro con altri esseri umani e altri interessi nel futuro.
Lo sviluppo urbano, soggetti che insistono sulle medesime risorse naturali, gli interessi del mercato sono catturati attraverso segni già visibili ora: cartelli pubblicitari nel mezzo del nulla, tralicci di ripetitori e, per una grottesca inversione simbolica, l’annuncio della costruzione d’un prossimo cimitero-memoriale dei veterani americani.

 

La poetica di Douglas Beasley, ai miei occhi, sta in due sensazioni che provo guardando le sue immagini: quella della risonanza e quella della vibrazione.
Con la prima – la risonanza – intendo il fatto che il paesaggio non viene ‘documentato’ in modo più o meno oggettivo, ma nel modo in cui appare se lo si ascolta e lo si osserva con i sensi e con la memoria di ciò che vi è accaduto. Ovvero che si tratta di una documentazione affettiva, che ritrae legami di continuità e non i luoghi come staccati dagli umani.
Con la seconda – la vibrazione – intendo invece che la presenza umana, quando non esplicita, si ‘intravede’ comunque attraverso brecce, oggetti o talvolta anche solo sottilissime linee che rendono discontinua l’uniformità del rappresentato, pur senza rompere in alcun modo l’armonia dell’insieme.
In sintesi, a mio avviso, nelle immagini di Beasley c’è il tentativo di far vivere attraverso la fotografia quasi la medesima sacralità che lo permea. E ciò ha un senso, perché più un territorio, già simbolico, viene percepito con i sensi e l’affettività da parte di coloro che vi fanno riferimento o che in persona o attraverso uno scatto lo arrivano a conoscere, più aumenta il senso del legame con quel territorio e la volontà di proteggerlo.

 

Nella mostra, accanto alle sue immagini, un video in cui l’artista fa il punto della situazione attuale e le strutture dei Totam Talks in cui il pubblico può rispondere alle sue sollecitazioni e interagire così con la mostra.
Diverse iniziative avranno inoltre ancora luogo prima della chiusura a fine febbraio. Tra queste segnalo:

->Venerdì 14 febbraio 2020 ore 18:00
Conversazione su indigeni e fotografia.

Marco Cipolloni (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia), Maria Camilla De Palma (Museo delle Culture del Mondo Castello D’Albertis), Fulvia Zega (Università degli Studi di Genova) dialogano con Chiara Vangelista (Università degli Studi di Genova), autrice del libro
Scatti sugli indios. Ricerche di storia visiva, Aracne Editrice, Roma 2018.

-> Giovedì 20 febbraio 2020, h.18.00
VISIONI DI UN IMMAGINARIO SACRO. Le fotografie di Beasley nei territori dei Dakota americani

Chiacchiarata aperta con Antonio Marazzi (antropologo visuale, già Chairman della Commission
on Visual Anthropology della International Union of Anthropological and Ethnological Studies, autore del volume Antropologia della visione), Cristina Balma-Tivola (antropologa dell’arte e della performance, autrice del volume Visioni del mondo), e Maria Camilla De Palma (Museo delle Culture del Mondo Castello D’Albertis).

*****

“Douglas Beasley – Il paesaggio sacro nordamericano”
a cura di Maria Camilla De Palma e Clelia Belgrado

Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo
Corso Dogali, 18, 16136 Genova, Italia

Orari:  da martedì a venerdì:  10-17
sabato e domenica:  10-18 (ultimo ingresso ore 17)
Chiuso: lunedì

Nuova Museologia #41 – I musei delle culture

Vi informo che è uscito il numero di “Nuova Museologia” dedicato ai musei delle culture curato da me, Cristina Balma-Tivola, e Maria Camilla De Palma, direttore di Castello D’Albertis –  Museo delle culture di Genova.
Lo si trova online open access all’indirizzo
https://www.nuovamuseologia.it/category/n-41-novembre-2019/

Indice
pag. 1 – I musei delle culture: primi spunti e qualche riflessione
Cristina Balma-Tivola, Maria Camilla De Palma
pag. 6 – “Honni soit qui mal y pense!”
Lorenzo Brutti
pag. 17 – Mettere in scena le culture del mondo Il Rautenstrauch-Joest Museum – Kulturen der Welt a Colonia
Mariella Brenna
pag. 22 – Ricomporre fratture scomposte: il MUEC di Barcellona
Cristina Balma-Tivola
pag. 30 – The Ethnographic Museum: connectedness and entanglements
Anna Schmid
pag. 37 – Il MAET fra decolonizzazione e accessibilità culturale
Gianluigi Mangiapane, Erika Grasso
pag. 44 – Il Museo delle Culture del Mondo a Genova
Antonio Marazzi
pag. 48 – Antropologico fiorentino: premesse per una rinascita
Monica Zavattaro
pag. 55 – Progettazione partecipata e dialogo con le comunità della diaspora
Rosa Anna Di Lella
pag. 60 – Musei in campi profughi. Il caso del Sahara occidentale
Carles Serra, Eliseu Carbonell, Saida Palou Rubio

Cliccando inoltre sul link di ‘download’ nella colonna a destra della stessa pagina è possibile scaricare in pdf l’intero numero.

 

Uluru: il 26 ottobre 2019 è entrato in vigore il divieto di scalare la montagna sacra, restituendone definitivamente la gestione alla comunità aborigena Pitjantjatjara. Guardie forestali aborigene guideranno d’ora in poi i turisti alla conoscenza del territorio così come concepito nella cultura locale. (Foto Angelo Giordano 2015)

La vita non è equilibrio (Jorge Wagensberg)

“La vita non è equilibrio. E’ assoluta instabilità – tensione per la ricerca dell’equilibrio ma con la consapevolezza che, qualora venisse raggiunto, esso coinciderebbe con la stasi, ovvero la morte. D’altra parte allontanarsi dall’equilibrio comporta il rischio della perdita di sé.

 

Qual è la soluzione, allora? Cercare di realizzare equilibri continuamente mutevoli, che abbiano in sé la dimensione caotica che permette il loro superamento repentino o lo scarto da quell’obiettivo qualora vi sia il rischio di raggiungerlo”.

 

 

Dagli appunti d’una lezione di Jorge Wagensberg su Ordine e Caos.

 

L’invasione delle nanas: Niki de Saint Phalle

Niki de Saint Phalle nasce nel periodo perfetto per giocare con l’arte tra gli anni ’40 e ’90 del secolo appena conclusosi da autodidatta – ma un’autodidatta piena di immaginazione, entusiasmo, passione, determinazione, dolcezza e voglia di cambiare la società.
E, come spesso accade per chi cerca la propria strada fuori dall’ortodossia dell’accademia, comincia a sperimentare libera da condizionamenti e ‘ansie da prestazione’ che magari l’avrebbero intimidita.
Di fatto le sue prime opere ricordano Pollock, le avanguardie americane, i collage, i lavori di Arman e tutto ciò cui si può ispirare e che può imitare per rielaborare ciò che le fa male sia questo in relazione con la sua memoria e la sua immaginazione, o sia in termini di elementi della società che lei rifiuta (l’ipocrisia delle relazioni e la subalternità delle donne in primis), o siano ancora gli stessi oggetti materiali inventati dall’uomo per arrecare sofferenza/morte quali coltelli, pistole, fucili.
Con questi ultimi si misurerà tra l’altro a partire dagli anni ’60, nella volontà di investire di nuovo significato quelle armi costruite per offendere che ora, con lei, diventano strumenti per la creazione di bellezza. Date un’occhiata alle opere che seguono, realizzate sparando appunto a tele bianche che celano sacche o uova piene di colore le quali – esplodendo al contatto con la pallottola – colano la pittura sul quadro con effetti ovviamente imprevedibili.

 

 

Joie de vivre: Niki combatte la sua rivoluzione attraverso la realizzazione delle nanas, le donne appassionate, colorate, giocose, buffe, dolci, libere, serene che la renderanno famosa. Le nanas incarnano l’energia creatrice femminile che non si pone in competizione con l’uomo al quale parimenti non è sottomessa.

 

 

 

E’ l’attivismo della de Saint Phalle, che si concretizza nell’urlare attraverso la loro monumentale (affinché siano visibili: “d’altronde” – ella diceva – “se Pollock realizza opere monumentali, chi impedisce a me di fare lo stesso?”) creazione e diffusione in quantità nel mondo per promuovere nuovi rapporti tra i generi, e una nuova società matriarcale che – se si realizzasse – consisterebbe nella massima liberazione di istinti, espressività e felicità per tutti gli esseri umani.

“Ogni uomo è un artista”, già lo diceva Joseph Beuys

“Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico” – ho sentito nuovamente qualche giorno fa questa frase pronunciata dalla voce lenta e depressa del Cheyenne di This must be the place. E ho avuto nuovamente una crisi di rigetto.
Perché io non conosco le condizioni in cui viene pronunciata nel film, ma sempre più – essendo circondata da ‘artisti’ (o sedicenti tali) – questi operano una distinzione tra sé e il resto del mondo per cui veramente pronuncerebbero tali parole con il più truce e offensivo snobismo nei confronti altrui. Convinti della giustezza, plausibilità e assolutezza di tale affermazione e distinzione.
La quale si porta dietro – sempre – ragioni di ordine economico: gli artisti hanno diritto a venire pagati per l’esercizio della loro arte – in quanto nel loro caso è lavoro – dal resto della società, la quale, invece, se ha piacere di esprimersi in qualche modo sarà sempre relegata all’esercizio della pratica artistica in modo amatoriale, hobbistico, con contenuti e produzioni per forza di serie B perché così altri (la critica, il mercato) hanno deciso.
Ecco, anche no.
Non è che personalmente io abbia sempre più dubbi e difficoltà nel riconoscere un qualche valore distintivo in chi si definisce in ruoli che hanno a che fare con l’arte, ma è proprio che la presunta professionalizzazione di tali ruoli, di fatto, è propria d’un certo mondo occidentale che emerge in un ben definito periodo storico in Europa in relazione alla dimensione delle accademie di formazione alla stessa, della critica e del mercato.
Quindi ce n’è già per dubitare del valore, in particolare se assolutizzato/universalizzato, di qualsiasi discorso in merito.
In tutto il resto delle culture umane del mondo tal distinzione non esiste sin quando la critica d’arte Occidentale e l’espansione del mercato (nuovamente Occidentale) non le raggiungono e vi impongono le proprie categorie interpretative (con relativi strafalcioni nell’incomprensione che ogni volta che come antropologa li vedo in atto mi fanno tanto, tanto ridere, perché proprio solo dettati dalla presunzione).
In questi contesti – che, vorrei vi giungesse forte e chiaro, sono tutto il resto del mondo – ogni membro della comunità è/era un artista. Tutti hanno/avevano diritto all’espressione artistica e al godimento estetico – non vi sono/erano artisti ‘veri’ e altri ‘di serie B’, amatoriali, per via della distinzione arbitraria di qualcuno. Anche perché – e questo è a dire poco lapalissiano – criteri oggettivi di valutazione non ne esistono, checché ne
dicano gli ‘esperti’: costoro neanche sanno definire cosa sia ‘arte’ e cosa non lo sia, figuriamoci se hanno elaborato criteri universali per definire chi sia un artista e chi non lo sia!

 

Tutti, in contesti extra-occidentali, imparano le tecniche, perché – premessa comune a tutta l’umanità – tutti hanno un proprio senso estetico, e tutti potrebbero aver qualcosa da dire e condividere. Allo stesso modo,  accademie di formazione, critica e mercato sono stati e sono tutt’ora responsabili della deriva agghiacciante di forzare, vincolare, ridurre le potenzialità di godimento umane indicando cosa debba essere considerato bello e cosa no.

Mi viene la pelle d’oca ogni volta che sento un critico o un artista dire di qualche lavoro che sarebbe “brutto”. Il relativismo l’avete mai sentita come prospettiva? Evidentemente no. Ecco, allora, studiate – voi sì – studiate, allargate la vostra conoscenza del resto del mondo prima di pronunciarvi!
Di fatto, la necessità di espressione di sé attraverso forme che ci facciano provare piacere e che facciano provare piacere ad altri essere umani è propria della nostra specie, così che castrarla, ridurla, negarla a chi non avrebbe competenze riconosciute (e, come detto sopra, riconosciute da chi e in base a quali parametri assoluti?) è un atto di violenza e un sopruso.

D’accordo con Joseph Beuys, per me ogni uomo (e ogni donna) è un artista, poiché chiunque deve poter lavorare alla comprensione – e di qui al rinnovamento con la propria azione creatrice (in qualsiasi ambito e modo questa si concretizzi) – di sé e della realtà.

 

Quindi bene: qui nessuno lavora più. Perfetto: magari sarà la volta buona che ci metteremo a lavorare tutti per sopravvivere. Tutti allo stesso livello, nella medesima quantità/qualità: non alcuni più furbi e altri meno, alcuni più fortunati e altri meno, per cui i secondi devono morire con lavori faticosi, pesanti, umilianti mentre i primi – i sedicenti artisti o coloro che qualche critico o mercante ha definito tali – stanno lì sereni a lanciare proclami contro la società cattiva che non li sostiene economicamente abbastanza!
Fare arte, parlarne, promuovere riflessioni, visualizzazioni, verbalizzazioni, sonorizzazioni del/dal nostro essere umani non è (solo) lavoro. E’ l’urgenza dell’essere nel mondo, e dello stare in relazione con altri che provano la stessa istanza – qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno.
E che tutti dovremmo poter fare, senza dover patire l’essere categorizzati come di serie B nel momento in cui vi ci dedichiamo!

¡Que tenga suerte! è ciò che noi abbiamo perso…

Oggi ho avuto un altro incontro di questi deliziosi, ché io sono una che parla con tutti, dalla guardarobiera del museo che mi fa poi entrare gratis per il piacere delle chiacchiere che, rispettosa del suo lavoro al contrario di tanti turisti buzzurri, scambio con lei al personale dell’ostello per cui cucino, pur se cliente, spaghettate comunitarie aperte anche agli altri viaggiatori squattrinati, dopo aver fatto colletta tra tutti per comprare gli ingredienti. Per tacer del leggere i tarocchi gratuitamente e del lasciare origami in regalo a chi incontro.

 

Lo so, non ci sono più da tempo con la testa 😀

 

 

L’anziana signora mendicava sotto il sole fuori da una chiesa chiusa. Le passo oltre facendole un cenno di saluto – almeno questo visto che già sono senza soldi io stessa e provo sentimenti contraddittori rispetto a come agire in queste situazioni: ché, sinché esistono i maledetti stati e i loro altrettanto maledetti governanti a gestirli, queste persone dovrebbero stare in carico loro attraverso le tasse che noi cittadini paghiamo. Altrimenti vadano stati e governanti fuori dai piedi e ci incaricheremo noi – società civile – di preoccuparcene.

 

 

Comunque, dicevo, le passo oltre. Due soli passi dopo trovo un cent. Certo, nulla. Ma mi chino e lo raccolgo. Io raccolgo sempre le monetine per terra. Quando ero piccola mio padre mi persuase che portavano fortuna, e lui stesso gettava intenzionalmente per terra, di tanto in tanto, monetine da 5 lire (ve le ricordate? quelle col delfino nelle mie memorie infantili…), sperando che chi le avesse trovate credesse come lui nella medesima utopia, e quindi ne sorridesse.

 

 

Torno indietro, e lo metto nel bicchiere della donna e le spiego: “Signora, io soldi non ne ho, ma da noi in Italia si dice che trovare monetine per strada porti fortuna, e allora io regalo questa fortuna a lei”. E le sorrido.

 

La signora si illumina. “Niña, grazie. Mi trattano tanto male, quelli che controllano i mendicanti che possono stare qui mi hanno già picchiata una volta allora adesso ci sto quando la chiesa è chiusa. Grazie di regalarmi questo pensiero, ho tanto bisogno di un po’ di fortuna…”. E sorride di nuovo.

 

 

Io continuo a pensare che sia questo ciò che abbiamo perso in Italia: la gentilezza, la solidarietà, la leggerezza, la speranza, la reciproca fiducia, e ci siamo trincerati nella durezza, nell’aggressività, nel sospetto, nella diffidenza e nel curare solo noi stessi nel nostro interesse di disperata sopravvivenza che, pur se chiaramente legittimo, ci ha resi cannibali verso i nostri simili. E quelli su in alto fomentano e approfittano sempre delle guerre in basso, così non ci si coalizzerà contro di loro.

 

Ecco, qui no: qui si coalizzano ancora contro un nemico comune: il ricordo di Franco, per fortuna, è ancora vivo e nessuno vuole più un rischio del genere…

Le Corbusier e la loi du méandre

Prima di realizzare un progetto per un palazzo o interi quartieri, Le Corbusier era solito sorvolare lo spazio in cui questi avrebbero avuto sede al fine di prendere coscienza del territorio naturale di quei luoghi. Guardandolo dall’alto, tracciava una serie di schizzi preliminari di alture ed avallamenti, delle piante e dei fiumi, dal momento che la sua architettura – sebbene articolata secondo moduli ricorrenti e basata su un numero esiguo ma imprescindibile di premesse teoriche ch’egli aveva elaborato nel tempo – affermava l’insensatezza del progettare se non a partire dal contesto locale in cui l’opera sarebbe stata realizzata: ché, di fatto, “se si tiene in considerazione l’effetto di un’opera architettonica nello spazio, l’esterno è sempre un interno”.
Nell’ottobre del 1929, mentre sta sorvolando fiumi e foreste del Sud America, scopre quello che chiamerà “il commovente teorema dell’ansa”: “L’ansa che risulta dall’erosione è un processo di sviluppo assolutamente simile al percorso creativo, all’invenzione umana. Seguendo il percorso tortuoso dall’alto, capisco le difficoltà incontrate nelle vicende umane, i vicoli ciechi in cui gli umani rimangono bloccati, e le situazioni apparentemente inestricabili”.
Tutta la sua produzione può essere letta come volontà di contribuire al cambiamento di questo stato di cose che affligge l’umanità, e pertanto di cambiare la società attraverso la progettazione architettonica di soluzioni a misura umana.
Si tratta in ogni caso di soluzioni che prevedono sempre l’individuo-in-relazione. Questa è, tra altre posizioni teoriche, uno degli assunti principali di Le Corbusier: nella contemporaneità vi è stato un proliferare di case individuali (proprie di persone, lui sosteneva, che hanno paura e quindi sentono la necessità di difendersi) così come l’architettura ha snaturato ciò che fa star bene l’uomo – ovvero, in primis, il suo essere in relazione con sole, spazio e alberi, quindi con gli altri esseri umani.
A questo dovremmo invece tornare, al fine di vivere in città radiose – dominate dalla luce (reale e metaforica) di coloro che le abitano.
Per visitare virtualmente la bellissima mostra che io ho avuto la fortuna di vedere di persona, cliccate qui -> Le Corbusier. Un atlas de paisajes modernos.
Un articolo in spagnolo sulla stessa quando ospitata a Barcellona è invece disponibile qui.

Curriculum

Sempre
più spesso mi rendo conto che – se valutiamo la nostra vita e il nostro
passato in base a questi maledetti CV (oltretutto secondo tragici modelli
standard) che dobbiamo compilare per inseguire collaborazioni precarie –
non possiamo non essere presi dallo sconforto, e dalla sensazione
d’aver fatto sforzi da elefante per partorire topolini.

Ecco, io vorrei invece un CV in cui fosse possibile indicare
– e venissero apprezzate – variabili quali la quantità e la qualità
degli amici che abbiamo scelto d’avere intorno, i sorrisi e le risate
che abbiamo regalato, le parole forti, utili e sane che abbiamo detto,
le volte in cui abbiamo cucinato per gli altri, i successi che abbiamo
aiutato gli altri a ottenere, i desideri che abbiamo contribuito a
realizzare, i momenti in cui abbiamo tenuto chi soffriva per mano o tra
le braccia, e via dicendo…

Le persone dovrebbero essere valutate – e dovrebbero potersi autovalutare – in base a queste cose.
Perché sono queste che, secondo me, alla fine danno la misura del loro valore, e del valore della loro vita.