CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

CRISTINA BALMA-TIVOLA

Ma proprio per niente ‘vittima’ (I’m not another brick in the wall)

Ieri leggo questo, in cui si discute d’un problema secolare – quel sistema castrante che va chiamato col suo nome, ovvero patriarcato – le cui conseguenze vanno dalla semplice (‘semplice’ si fa per dire, vedi l’ennesimo suicidio di giovane ragazzo gay) mortificazione di ambizioni/libertà degli esseri umani all’eliminazione fisica di chi si ribella alla norma scegliendo di seguire le proprie scelte/desideri, e mi colpisce una passaggio: “per le persone mutilate non c’è risarcimento alcuno che non sia il riconoscimento pubblico che ti sa imporre solo lo status di vittima“. Sante parole!

 

Non vedete che questo in cui credete è solo uno schema che ci inculcano da secoli quando tirano a renderci con lo stampino tanti mattoncini funzionali al sistema? Un grande inganno, di cui tanti non sono consapevoli perché radicato dentro di noi nel profondo!

Per questo ha ragione Aurora quando condanna l’uso della parola ‘femminicidio’ e si scaglia piuttosto contro quella sciagura culturale che plasma la nostra forma mentis: il patriarcato!

Io sto male perché c’è tutto un sistema che avalla e sostiene il modello disumano e liberticida di cui sopra – anziché l’onestà di prendere coscienza di sé e dei propri desideri e di portarli avanti anche se sono diversi dalla norma, basandoli sulla scelta vera e propria di ciò che ti fa vivere, e non di ciò che un sistema ti dice che devi fare – e che vuole far passare me per la povera vittima del maschio alfa!

Io sto male perché in questa mia vita in cui sono disadatta, disadattata e disadattabile, sono anche dannatamente libera e felice (sì, sono felice anche di provare entusiasmo per la vita stessa un giorno e pensare di farla finita quello successivo) e mi dà rabbia – una rabbia inaudita – che chi ha castrato se stesso e costruito la propria esistenza sull’essere un tassello privo di autodeterminazione e soggiogato da questo sistema (quindi complice di quello) si permetta, poi, di darmi/ci lezioni di vita, o di farmi/ci passare per deficiente/i.

 

E sto male perché sono le parole di chi sta ‘dentro il sistema’ e ha accettato di diventarne un tassello funzionale alla sua riproduzione che verranno condivise, promosse, sostenute in questa società, e non quelle libere, forti, oneste e coerenti mie. Perché non essere stata dentro quelle aspettative, aver cercato di aprire gli occhi altrui, aver ancora agito in base a compassione e sostegno, non mi ha fatto interpretare come una persona buona, forte, intensa, ma come una povera donnicciola demente.

 

Perché il discredito delle donne rigorose passa attraverso strategie di secoli con le quali il sistema patriarcale le tira ad annientare – da Freud che le definiva delle isteriche, all’uomo moderno che le divide tra sante/mogli e amanti/puttane, e che quando non ha argomentazioni (perché non ne può avere, viste le premesse) umilia la persona pulita che lo sta guardando con pietà proprio umana (nel vedere la sofferenza in cui egli si dibatte e di cui è complice) facendola passare per una poveretta tanto innamorata che lui – grand’uomo – avrebbe rifiutato.

Ciò che le persone libere subiscono è la stessa violenza cui sono sottoposti da secoli i visionari e i profeti, gli zingari, i nomadi, e ora gli anarchici.

E guardate, vi va proprio male: perché coloro che condividono questo sentire* si prendono cura di chi è rimasto indietro, ma dopo un po’ – se non solo continuate a stare a rimorchio ma mettete pure loro i bastoni tra le ruote e li deridete mentre vi stanno cercando d’aiutare – cominciano a tirarvi calci sui denti, e a colpirvi con la mazza ferrata 🙂

 

*L” storia ci ha insegnato che ogni classe oppressa ha ottenuto la sua liberazione dagli sfruttatori solo grazie alle sue stesse forze. È dunque necessario che la donna apprenda questa lezione, comprendendo che la sua libertà si realizzerà nella misura in cui avrà la forza di realizzarla. Perciò sarà molto più importante per lei cominciare con la sua rigenerazione interna, facendola finita con il fardello di pregiudizi, tradizioni ed abitudini. […] Se dalla parziale emancipazione si passerà alla totale emancipazione della donna, bisognerà farla finita con la ridicola concezione secondo cui la donna per essere amata, moglie e madre, debba comunque essere schiava o subordinata. Bisognerà farla finita con l’assurda concezione del dualismo dei sessi […]” (Emma Goldman).

Ringrazio Monica per la segnalazione dell’articolo di Abbatto i muri, e Aurora Leigh per il suo lavoro quotidiano (e la sua esasperazione da Freud).