CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

CRISTINA BALMA-TIVOLA

Paesaggi interiori / Landscapes from Within al Museo delle Culture di Genova

 

 

 

Arrivo sempre con l’ultimo treno, sebbene questa volta con il primo della mattinata, a Genova, richiamata dalle mostre nel Castello d’Albertis – Museo delle Culture del mondo situato proprio sopra (letteralmente sulla verticale) della stazione di Piazza Principe. Questa volta è per vedere, a una settimana dalla chiusura, la piccola, preziosa esposizione di tre giovani artisti nativi americani.

Paesaggi interiori / Landscapes from Within (che include a sua volta Tutto in un colpo/Feeling Everything All At Once, focus specifico su Delaney Keshena) consiste in dipinti e fotografie che rappresentano la percezione dell’identità indigena in relazione al territorio e alla memoria da parte di Jaque Fragua, Antoniette Thompson e Delaney Keshena.

 

Jaque Fragua, originario del comprensorio dell’Jemez Pueblo, è autore dell’opera scelta per rappresentare la mostra. Pittore, fotografo, ma probabilmente molto altro ancora, i suoi lavori nascono in forma di murales nei quali mira da una parte a sovvertire gli stereotipi della rappresentazione dei nativi e dall’altra a ricordarne la presenza sul territorio da secoli, ben ‘altra’ rispetto allo sfruttamento che ne hanno fatto i colonizzatori, attraverso una riflessione sul simbolico e una sua visualizzazione immediata (attraverso poche parole o la ripetizione di quelle che agli occhi stranieri sembrano semplici linee, in realtà segni riconoscibili e significativi per la cultura nativa locale). L’intensità e la precisione con cui questo viene fatto sono dovuti al sincretismo di cui l’artista è incarnazione: “L’arte è sempre stata un conflitto per me, conflitto dovuto all’angoscia che caratterizza la mia identità, che non ruota solamente attorno alla cultura nativo-americana. Anzi, reputo me stesso un amalgama di vari DNA tra traumi storici, collegi (‘boarding school’), diritti civili, Alcatraz, l’American Dream, l’urbanizzazione, le condizioni tragiche della vita in riserva, il trionfo della creatività, le storie di guerra, scazzottate, la vita in carcere, la discriminazione razziale, opinioni contrastanti, hip hop, punk, rock & roll, jazz, graffiti, tatuaggi, pelle marrone scuro, lunghi capelli neri, saggezza spirituale, conoscenza delle tradizioni, le azioni dirette e la pittura”.

Senza titolo (Sacro)/Untitled (Sacred) ha quindi l’obiettivo di ricordare il rapporto tra popolazione nativa, memoria e territorio con un cartello posto in continuità con le montagne in lontananza a dire che quel luogo, ora privo di segni visibili ai ‘conquistatori’, non è però privo di storia e sentimenti, significati, memoria per chi vi viveva. Così come la frequente e ricorsiva ripezione sui treni-merci di un motivo simbolico che rimanda direttamente alle culture autoctone lavora sull’inversione di quello che fu il simbolo più potente della ‘conquista del west’ ovvero la costruzione della ferrovia per portare oggi in giro l’identità dei nativi americani.

Di seguito, un video che mostra Frague all’opera (dove si mimetizza fingendosi operaio addetto alla manutenzione…).

untitled from Forge Studios LLC on Vimeo.

Le opere di Antoniette Thompson (Navajo) sono invece quasi un continuo, ossessivo soliloquio, in cui memoria, antenati, territorio, miti e simboli diventano riferimenti cui l’artista attinge nel bisogno di richiamare a se stessa la propria identità, agganciarvisi e farsi proteggere – lei che sulla propria pelle ha vissuto le conseguenze più gravi della deriva di autodistruzione in cui spesso, ancora oggi, i nativi cercano di trovare temporaneo sollievo dalla dislocazione (spaziale, emotiva, culturale) e dalla predazione che patiscono. In questo senso si possono leggere in primis le piccole statue realizzate dall’artista e rappresentative di volta in volta di figure di guardiani o spiriti tradizionali, sulle quali la Thompson getta leggere manciate della terra degli avi (impregnata dello spirito di questi) che si legano ai materiali della statuetta così da farne parte integrante per sempre, e in tal modo proteggere l’artista nei suoi spostamenti quando le porta con sé.

In Untitled (Paesaggio senza titolo), e in molti altri dipinti, la Thompson raffigura invece un insieme di punte di freccia (simbolo sacro per la sua cultura) rivolte verso l’alto in un territorio della riserva navajo, a illustrare il forzato abbandono della terra da parte dei suoi avi. La punta di freccia singola significa protezione e difesa, ma le punte possono anche indicare direzione, forza, movimento, potenza e destinazione del viaggio: “Quando una freccia puntava a sinistra scongiurava il male, se puntata a destra significava protezione, mentre rivolta verso il basso esprimeva pace. Due frecce rappresentate vicine significavano guerra”. Il dipinto può allora essere letto come un racconto: di qui è come se la Thompson consegnasse il proprio contributo alla possibilità di resilienza e resistenza del suo popolo.

 

Delaney Keshena (Menominee), nel focus Tutto in un colpo/Feeling Everything All At Once, lavora invece con la fotografia rielaborando in forma contemporanea la propria memoria culturale famigliare, ma fa questo in aperta polemica con la rappresentazione abituale delle culture native contemporanee che si richiama invece a quella concezione del ‘Dead Indian’ (‘Indiano morto’, concetto introdotto da Thomas King), che vede il nativo come docile, nobile, ma soprattutto estinto. In pratica, e come sempre accade a ogni latitudine, le istituzioni artistiche contemporanee espongono ancora prioritariamente (quando non esclusivamente) i prodotti dell’artigianato tradizionale (oltretutto promosso come ‘autentico’) delle popolazioni indigene piuttosto che la creatività contemporanea degli artisti attuali (magari perché percepiti come produttori di un’arte ‘non autentica’ in quanto ibrida?), e così facendo continuano a promuovere uno stereotipo di eterno presente e assenza di storia piuttosto che dare ai nativi pari dignità di parola e partecipazione a una contemporaneità in cui comunque esistono e vivono anche loro.

Image Two From Humphrey Street è quindi al contempo ricordo della propria identità (la strada in cui è cresciuta, intrisa della memoria del passato che hanno reso l’artista ciò che è oggi), rappresentazione simbolica del processo che lo riguarda (memoria di cui rimarranno solo tracce, un giorno, secondo un progressivo disfacimento della memoria in sé, qui visualizzato e reso materico dalla gelatina che lega l’erba) e polemica con le istituzioni che vogliono appunto il nativo incapace di tali riflessioni ed espressioni comunicative al pari degli altri artisti contemporanei.

 

Riflessione interiore che viene visualizzata anche con la fotografia astratta, di contro a quella rappresentazione di Curtis del nativo americano che tanto ha nutrito il suddetto concetto del ‘Dead Indian’.

La mostra è affiancata da un video, Digital natives, che illustra il rapporto tra media digitali, patrimonio culturale e rappresentazione delle minoranze nell’immaginario popolare, e che è stato realizzato collettivamente da studenti dell’Institute of American Indian Arts a Santa Fe, New Mexico, e dell’Institute of Sainte-Marie a Bruxelles, Belgio.

Infine, i temi in oggetto vengono ulteriormente esplorati (e arricchiti) dallo stesso pubblico attraverso i Totem Talks, pannelli luminosi in cui visitatori e scolaresche possono scrivere emozioni, sentimenti e pensieri in risposta alle domande di ogni totem, quali ad es. “Cosa significa essere indigeno”? oppure “Cosa intendi per sacro?” e via dicendo.

Paesaggi interiori / Landscapes from Within chiude domenica 13 ottobre (non a caso il giorno precedente all’Indigenous Peoples Day cui la mostra rende anche omaggio), ma ancora venerdì 11 vi saranno una serie di iniziative tra le quali una performance di Jaque Fragua e una presentazione dai testi più curiosi del Totem Talks. Salite quindi sul primo treno e correte a Genova!

 

Dal 01 Giugno 2019 al 13 Ottobre 2019
Castello D’Albertis, corso Dogali 18 GENOVA
Orari: martedì a venerdì: 10-17, sabato e domenica: 10-18 (ultimo ingresso ore 17) Chiuso: lunedì
Curatore: Ernest Hill per Soul Center for the Arts
Contatti +39 010 2723820, castellodalbertis@comune.genova.it