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Douglas Beasley – Il paesaggio sacro nordamericano

Complici una bella giornata e un po’ di iniziative da discutere di persona, la scorsa settimana ho attraversato l’appennino ligure per recarmi a Genova, dove quel piccolo gioiello del Castello D’Albertis – Museo delle culture del mondo ospita ancora per poco meno d’un mese la mostra fotografica “Douglas Beasley – Il paesaggio sacro nordamericano” sino al 23 febbraio 2020.

Douglas Beasley non è una nuova conoscenza del museo: da oltre 10 anni alcune sue immagini in bianco e nero di grandi dimensioni sono esposte permanentemente nell’area dedicata alle culture native pre-ispaniche, sospese nell’aria così che il cielo ivi ritratto si ponga in continuità con quello reale attraverso il lucernario del castello.


Il tema, in queste immagini così come in quelle della mostra temporanea attuale, è lo stesso.
Siamo nelle Black Hills e nelle Badlands nel Sud Dakota, dove hanno avuto luogo le più cruente battaglie tra anglo-americani e nativi, e dove il territorio è intriso della presenza degli antenati di questi ultimi e pervaso dalla relazione di continuità tra la natura e la comunità umana che la abita.
Accanto a canyon e a cavalli allo stato brado, vediamo allora dettagli dal luogo di sepoltura di Red Cloud o del cimitero di Wounded Knee, dove la presenza umana è testimoniata dai segni della preghiera e del contatto con gli spiriti (pezzi di stoffa o bandiere annodati ai rami degli alberi), e ancora Bear Butte, montagna sacra per numerosi gruppi indigeni i cui membri ancora oggi vi si recano per recitare preghiere e offrire doni al Creatore.

Ma anche le immagini che ritraggono le montagne o le nuvole mosse dal vento non sono mai spazi aperti incontaminati, tutt’altro: a ben vedere sono sempre antropizzati. A ben vedere, perché magari il traliccio o il filo della corrente elettrica è quasi impalpabile sullo sfondo, o la strada che diventa una linea sull’altrimenti indistinto deserto si perde all’infinito senza alcuna auto a percorrerla.
In più, non viene documentato esclusivamente il passaggio dell’essere umano nel passato, ma anche il potenziale scontro con altri esseri umani e altri interessi nel futuro.
Lo sviluppo urbano, soggetti che insistono sulle medesime risorse naturali, gli interessi del mercato sono catturati attraverso segni già visibili ora: cartelli pubblicitari nel mezzo del nulla, tralicci di ripetitori e, per una grottesca inversione simbolica, l’annuncio della costruzione d’un prossimo cimitero-memoriale dei veterani americani.

 

La poetica di Douglas Beasley, ai miei occhi, sta in due sensazioni che provo guardando le sue immagini: quella della risonanza e quella della vibrazione.
Con la prima – la risonanza – intendo il fatto che il paesaggio non viene ‘documentato’ in modo più o meno oggettivo, ma nel modo in cui appare se lo si ascolta e lo si osserva con i sensi e con la memoria di ciò che vi è accaduto. Ovvero che si tratta di una documentazione affettiva, che ritrae legami di continuità e non i luoghi come staccati dagli umani.
Con la seconda – la vibrazione – intendo invece che la presenza umana, quando non esplicita, si ‘intravede’ comunque attraverso brecce, oggetti o talvolta anche solo sottilissime linee che rendono discontinua l’uniformità del rappresentato, pur senza rompere in alcun modo l’armonia dell’insieme.
In sintesi, a mio avviso, nelle immagini di Beasley c’è il tentativo di far vivere attraverso la fotografia quasi la medesima sacralità che lo permea. E ciò ha un senso, perché più un territorio, già simbolico, viene percepito con i sensi e l’affettività da parte di coloro che vi fanno riferimento o che in persona o attraverso uno scatto lo arrivano a conoscere, più aumenta il senso del legame con quel territorio e la volontà di proteggerlo.

 

Nella mostra, accanto alle sue immagini, un video in cui l’artista fa il punto della situazione attuale e le strutture dei Totam Talks in cui il pubblico può rispondere alle sue sollecitazioni e interagire così con la mostra.
Diverse iniziative avranno inoltre ancora luogo prima della chiusura a fine febbraio. Tra queste segnalo:

->Venerdì 14 febbraio 2020 ore 18:00
Conversazione su indigeni e fotografia.

Marco Cipolloni (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia), Maria Camilla De Palma (Museo delle Culture del Mondo Castello D’Albertis), Fulvia Zega (Università degli Studi di Genova) dialogano con Chiara Vangelista (Università degli Studi di Genova), autrice del libro
Scatti sugli indios. Ricerche di storia visiva, Aracne Editrice, Roma 2018.

-> Giovedì 20 febbraio 2020, h.18.00
VISIONI DI UN IMMAGINARIO SACRO. Le fotografie di Beasley nei territori dei Dakota americani

Chiacchiarata aperta con Antonio Marazzi (antropologo visuale, già Chairman della Commission
on Visual Anthropology della International Union of Anthropological and Ethnological Studies, autore del volume Antropologia della visione), Cristina Balma-Tivola (antropologa dell’arte e della performance, autrice del volume Visioni del mondo), e Maria Camilla De Palma (Museo delle Culture del Mondo Castello D’Albertis).

*****

“Douglas Beasley – Il paesaggio sacro nordamericano”
a cura di Maria Camilla De Palma e Clelia Belgrado

Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo
Corso Dogali, 18, 16136 Genova, Italia

Orari:  da martedì a venerdì:  10-17
sabato e domenica:  10-18 (ultimo ingresso ore 17)
Chiuso: lunedì

Nuova Museologia #41 – I musei delle culture

Vi informo che è uscito il numero di “Nuova Museologia” dedicato ai musei delle culture curato da me, Cristina Balma-Tivola, e Maria Camilla De Palma, direttore di Castello D’Albertis –  Museo delle culture di Genova.
Lo si trova online open access all’indirizzo
https://www.nuovamuseologia.it/category/n-41-novembre-2019/

Indice
pag. 1 – I musei delle culture: primi spunti e qualche riflessione
Cristina Balma-Tivola, Maria Camilla De Palma
pag. 6 – “Honni soit qui mal y pense!”
Lorenzo Brutti
pag. 17 – Mettere in scena le culture del mondo Il Rautenstrauch-Joest Museum – Kulturen der Welt a Colonia
Mariella Brenna
pag. 22 – Ricomporre fratture scomposte: il MUEC di Barcellona
Cristina Balma-Tivola
pag. 30 – The Ethnographic Museum: connectedness and entanglements
Anna Schmid
pag. 37 – Il MAET fra decolonizzazione e accessibilità culturale
Gianluigi Mangiapane, Erika Grasso
pag. 44 – Il Museo delle Culture del Mondo a Genova
Antonio Marazzi
pag. 48 – Antropologico fiorentino: premesse per una rinascita
Monica Zavattaro
pag. 55 – Progettazione partecipata e dialogo con le comunità della diaspora
Rosa Anna Di Lella
pag. 60 – Musei in campi profughi. Il caso del Sahara occidentale
Carles Serra, Eliseu Carbonell, Saida Palou Rubio

Cliccando inoltre sul link di ‘download’ nella colonna a destra della stessa pagina è possibile scaricare in pdf l’intero numero.

 

Uluru: il 26 ottobre 2019 è entrato in vigore il divieto di scalare la montagna sacra, restituendone definitivamente la gestione alla comunità aborigena Pitjantjatjara. Guardie forestali aborigene guideranno d’ora in poi i turisti alla conoscenza del territorio così come concepito nella cultura locale. (Foto Angelo Giordano 2015)

Paesaggi interiori / Landscapes from Within al Museo delle Culture di Genova

 

 

 

Arrivo sempre con l’ultimo treno, sebbene questa volta con il primo della mattinata, a Genova, richiamata dalle mostre nel Castello d’Albertis – Museo delle Culture del mondo situato proprio sopra (letteralmente sulla verticale) della stazione di Piazza Principe. Questa volta è per vedere, a una settimana dalla chiusura, la piccola, preziosa esposizione di tre giovani artisti nativi americani.

Paesaggi interiori / Landscapes from Within (che include a sua volta Tutto in un colpo/Feeling Everything All At Once, focus specifico su Delaney Keshena) consiste in dipinti e fotografie che rappresentano la percezione dell’identità indigena in relazione al territorio e alla memoria da parte di Jaque Fragua, Antoniette Thompson e Delaney Keshena.

 

Jaque Fragua, originario del comprensorio dell’Jemez Pueblo, è autore dell’opera scelta per rappresentare la mostra. Pittore, fotografo, ma probabilmente molto altro ancora, i suoi lavori nascono in forma di murales nei quali mira da una parte a sovvertire gli stereotipi della rappresentazione dei nativi e dall’altra a ricordarne la presenza sul territorio da secoli, ben ‘altra’ rispetto allo sfruttamento che ne hanno fatto i colonizzatori, attraverso una riflessione sul simbolico e una sua visualizzazione immediata (attraverso poche parole o la ripetizione di quelle che agli occhi stranieri sembrano semplici linee, in realtà segni riconoscibili e significativi per la cultura nativa locale). L’intensità e la precisione con cui questo viene fatto sono dovuti al sincretismo di cui l’artista è incarnazione: “L’arte è sempre stata un conflitto per me, conflitto dovuto all’angoscia che caratterizza la mia identità, che non ruota solamente attorno alla cultura nativo-americana. Anzi, reputo me stesso un amalgama di vari DNA tra traumi storici, collegi (‘boarding school’), diritti civili, Alcatraz, l’American Dream, l’urbanizzazione, le condizioni tragiche della vita in riserva, il trionfo della creatività, le storie di guerra, scazzottate, la vita in carcere, la discriminazione razziale, opinioni contrastanti, hip hop, punk, rock & roll, jazz, graffiti, tatuaggi, pelle marrone scuro, lunghi capelli neri, saggezza spirituale, conoscenza delle tradizioni, le azioni dirette e la pittura”.

Senza titolo (Sacro)/Untitled (Sacred) ha quindi l’obiettivo di ricordare il rapporto tra popolazione nativa, memoria e territorio con un cartello posto in continuità con le montagne in lontananza a dire che quel luogo, ora privo di segni visibili ai ‘conquistatori’, non è però privo di storia e sentimenti, significati, memoria per chi vi viveva. Così come la frequente e ricorsiva ripezione sui treni-merci di un motivo simbolico che rimanda direttamente alle culture autoctone lavora sull’inversione di quello che fu il simbolo più potente della ‘conquista del west’ ovvero la costruzione della ferrovia per portare oggi in giro l’identità dei nativi americani.

Di seguito, un video che mostra Frague all’opera (dove si mimetizza fingendosi operaio addetto alla manutenzione…).

untitled from Forge Studios LLC on Vimeo.

Le opere di Antoniette Thompson (Navajo) sono invece quasi un continuo, ossessivo soliloquio, in cui memoria, antenati, territorio, miti e simboli diventano riferimenti cui l’artista attinge nel bisogno di richiamare a se stessa la propria identità, agganciarvisi e farsi proteggere – lei che sulla propria pelle ha vissuto le conseguenze più gravi della deriva di autodistruzione in cui spesso, ancora oggi, i nativi cercano di trovare temporaneo sollievo dalla dislocazione (spaziale, emotiva, culturale) e dalla predazione che patiscono. In questo senso si possono leggere in primis le piccole statue realizzate dall’artista e rappresentative di volta in volta di figure di guardiani o spiriti tradizionali, sulle quali la Thompson getta leggere manciate della terra degli avi (impregnata dello spirito di questi) che si legano ai materiali della statuetta così da farne parte integrante per sempre, e in tal modo proteggere l’artista nei suoi spostamenti quando le porta con sé.

In Untitled (Paesaggio senza titolo), e in molti altri dipinti, la Thompson raffigura invece un insieme di punte di freccia (simbolo sacro per la sua cultura) rivolte verso l’alto in un territorio della riserva navajo, a illustrare il forzato abbandono della terra da parte dei suoi avi. La punta di freccia singola significa protezione e difesa, ma le punte possono anche indicare direzione, forza, movimento, potenza e destinazione del viaggio: “Quando una freccia puntava a sinistra scongiurava il male, se puntata a destra significava protezione, mentre rivolta verso il basso esprimeva pace. Due frecce rappresentate vicine significavano guerra”. Il dipinto può allora essere letto come un racconto: di qui è come se la Thompson consegnasse il proprio contributo alla possibilità di resilienza e resistenza del suo popolo.

 

Delaney Keshena (Menominee), nel focus Tutto in un colpo/Feeling Everything All At Once, lavora invece con la fotografia rielaborando in forma contemporanea la propria memoria culturale famigliare, ma fa questo in aperta polemica con la rappresentazione abituale delle culture native contemporanee che si richiama invece a quella concezione del ‘Dead Indian’ (‘Indiano morto’, concetto introdotto da Thomas King), che vede il nativo come docile, nobile, ma soprattutto estinto. In pratica, e come sempre accade a ogni latitudine, le istituzioni artistiche contemporanee espongono ancora prioritariamente (quando non esclusivamente) i prodotti dell’artigianato tradizionale (oltretutto promosso come ‘autentico’) delle popolazioni indigene piuttosto che la creatività contemporanea degli artisti attuali (magari perché percepiti come produttori di un’arte ‘non autentica’ in quanto ibrida?), e così facendo continuano a promuovere uno stereotipo di eterno presente e assenza di storia piuttosto che dare ai nativi pari dignità di parola e partecipazione a una contemporaneità in cui comunque esistono e vivono anche loro.

Image Two From Humphrey Street è quindi al contempo ricordo della propria identità (la strada in cui è cresciuta, intrisa della memoria del passato che hanno reso l’artista ciò che è oggi), rappresentazione simbolica del processo che lo riguarda (memoria di cui rimarranno solo tracce, un giorno, secondo un progressivo disfacimento della memoria in sé, qui visualizzato e reso materico dalla gelatina che lega l’erba) e polemica con le istituzioni che vogliono appunto il nativo incapace di tali riflessioni ed espressioni comunicative al pari degli altri artisti contemporanei.

 

Riflessione interiore che viene visualizzata anche con la fotografia astratta, di contro a quella rappresentazione di Curtis del nativo americano che tanto ha nutrito il suddetto concetto del ‘Dead Indian’.

La mostra è affiancata da un video, Digital natives, che illustra il rapporto tra media digitali, patrimonio culturale e rappresentazione delle minoranze nell’immaginario popolare, e che è stato realizzato collettivamente da studenti dell’Institute of American Indian Arts a Santa Fe, New Mexico, e dell’Institute of Sainte-Marie a Bruxelles, Belgio.

Infine, i temi in oggetto vengono ulteriormente esplorati (e arricchiti) dallo stesso pubblico attraverso i Totem Talks, pannelli luminosi in cui visitatori e scolaresche possono scrivere emozioni, sentimenti e pensieri in risposta alle domande di ogni totem, quali ad es. “Cosa significa essere indigeno”? oppure “Cosa intendi per sacro?” e via dicendo.

Paesaggi interiori / Landscapes from Within chiude domenica 13 ottobre (non a caso il giorno precedente all’Indigenous Peoples Day cui la mostra rende anche omaggio), ma ancora venerdì 11 vi saranno una serie di iniziative tra le quali una performance di Jaque Fragua e una presentazione dai testi più curiosi del Totem Talks. Salite quindi sul primo treno e correte a Genova!

 

Dal 01 Giugno 2019 al 13 Ottobre 2019
Castello D’Albertis, corso Dogali 18 GENOVA
Orari: martedì a venerdì: 10-17, sabato e domenica: 10-18 (ultimo ingresso ore 17) Chiuso: lunedì
Curatore: Ernest Hill per Soul Center for the Arts
Contatti +39 010 2723820, castellodalbertis@comune.genova.it

Facendo Altro, Palazzo Barolo (Torino)

Fotografia, scultura, pittura, video e installazioni sono i contenuti della mostra “Facendo altro” ospitata negli spazi espositivi del Polo delle Arti Relazionali e Irregolari – Pari – di Palazzo Barolo e Housing Giulia, dall’11 maggio al 16 giugno 2019, nell’ambito della rassegna “Singolare Plurale”, nata dalla lunga collaborazione fra Città di Torino e l’Opera Barolo per la promozione di iniziative culturali e progetti di ricerca che abbiano al centro le arti intese come motore di cambiamento, crescita personale, salute pubblica e welfare culturale e di comunità.

Nei grandi saloni del Polo delle Arti Relazionali e Irregolari sono presentati aspetti inediti o poco conosciuti di donne e uomini che conducono o hanno condotto pratiche artistiche parallele (talvolta convergenti) all’attività professionale ufficiale attraverso un’indagine antropologica, filosofica, psicologica e artistica. L’arte come necessità ineluttabile, prerogativa riconosciuta a outsider e irregolari, persone talvolta con disagi conclamati di vario genere, è invece un argomento poco esplorato rispetto a persone che conducono vite “normali e funzionanti”.

“Facendo altro” – curata da Tea Taramino, Gianluigi Mangiapane e Cristina Balma Tivola – è un’iniziativa intergenerazionale che vede direttamente coinvolti molti professionisti, della cultura ufficiale e del mondo del lavoro, anche in veste di insospettabili artisti ever green, tra questi un ultracentenario tutt’ora attivo. L’ingresso è gratuito.

L’esposizione si snoda in due location: Palazzo Barolo con ingresso da via Corte d’Appello 20, Bottega del Sarto, via Giulio 27. Negli spazi dell’Housing Giulia, in via Francesco Cigna 14/L, si potrà assistere a una performance di poesia.

Fanno parte della rassegna “Singolare Plurale”: la mostra “Facendo altro”, i laboratori, le visite guidate, le presentazione di libri, le performance, i seminari e gli incontri sulle relazioni fra arte e società, arte e scienza, arte e salute con il contributo di esperti di diverse discipline. Tra i tanti appuntamenti in programma e disponibili sul sito web www.facendoaltro.it, giovedì 6 giugno dalle 9,00 alle 13.30, nel Salone d’Onore a Palazzo Barolo, si terrà il convegno “Creatività, arte del vivere” a cura dell’International Association for Art and Psychology (IAAP), Sezione piemontese.

PERCORSO ESPOSITIVO

Il percorso espositivo da Palazzo Barolo continua all’interno della bottega del Sarto Pittore e offre al visitatore uno spaccato storico, a volte visionario, di strategie creative, sociali e personali, attivate dal desiderio di andare oltre la condizione lavorativa, umile o elevata che sia, alla ricerca della bellezza e della comunicazione. Energie e resilienze, di donne e uomini, una straordinaria testimonianza di capacità di azione e immaginazione che attraversa un secolo circa.

Al piano terra di Palazzo Barolo, negli appartamenti affrescati dal Legnanino, la sezione fotografica si apre con una visIone del mondo contadino, Langhe inizio secolo, con gli scatti del postino fotografo Lorenzo Foglio e gli odierni frammenti di natura da intravvedere nelle macchine per la visione di Fiorenzo Rosso, risicoltore artista.

Il mondo delle lotte dei lavoratori degli anni ’70/80 è rappresentato da Raffaele Santomauro, operaio fotografo, con immagini in bianco e nero e da Pietro Perotti, operaio videomaker, con sequenze video da manifestazioni.

Le foto urbane e metafisiche di Tilde Giani Gallino mostrano il lato psicologico della fotografia, mentre la documentazione del progetto L’arte di Fare la differenza, sul lavoro fra artisti emergenti e artisti dei centri diurni, è di Ivo Martin, impiegato pubblico nei servizi sociali e fotografo.

Nei vasti meandri delle Cantine – in un percorso che si snoda fra labirintiche architetture sotterranee e diversi media artistici – si possono vedere le trasfigurazioni informatiche della fotografia di Fausto Manara, psichiatra, gli ambienti di Monica Lo Cascio, dirigente welfare e le cianotipie di Beppe Melchiorre counselor, una slide show con ironiche elaborazioni grafiche in 3D dello scienziato Tullio Regge. Un accostamento fra differenti astrazioni pittoriche, materiche o gestuali di Piero Ferroglia, artista e commerciante, di Giovanni Mangiacapra, ex impiegato ASL e di Teresio Polastro, disegnatore tecnico. Seguono i giochi di colore in movimenti creativi in analisi di Daniela Gariglio, micropsicoanalista, le composizioni concettuali di Andrea Cordero, curatore ex insegnante e quelle di riciclo giocoso di Guido Gulino, ex dirigente pubblico.

Immersive le opere dell’artista, ex psicanalista Julien Friedler o l’installazione del giornalista gallerista Silvano Costanzo. Suggeriscono complessi percorsi, dello sguardo e della mente, sia le sculture policrome del restauratore scultore Fabrizio Roccatello sia le analisi pittoriche della forma e del colore di Francesco De Bartolomeis, emerito docente di pedagogia e pittore, e di Pino Chiezzi, ingegnere pittore.

I manifesti e i fumetti politici, del ferroviere disegnatore Carlo Minoli, ci riportano a storie vere, mentre i personaggi da Mondo Babonzo: il Museo delle Creature Immaginarie – ideati da Altan e Stefano Benni con Pietro Perotti – come le marionette della tradizione slovacca di Maja Strakova, psicologa, ci trasportano in modi fantastici dove l’immaginazione vive di rispetto per l’ambiente, di curiosità e di empatia.

Figure dalle diverse sfumature simboliche sono le pitture di Saro Puma, ex infermiere, i disegni di Maresa Pagura, educatrice e di Giuliana Ravaschietto, insegnante, mentre le pitture del sarto Antonio Corapi mostrano gallerie di vita, di corpi, di donne, di uomini, di Santi. Giuseppe Iacopetta, barbiere artista, con le sculture in cartapesta ci parla di mani che sanno dar forma alle idee. Un doppio segno, invece, esprime la collaborazione fra Roberta Di Chiara e Claudio Lia, curatrice e pittore, agenti di polizia.

Uno staff del progetto Condurre, un gruppo eterogeneo di persone con disabilità e disagio psichico, studenti, volontari dell’associazione Volo2006 e del Servizio Civile, collabora alla riuscita dell’evento come assistenti di sala e mediatori culturali.

E’ un’iniziativa pilota, ideata dalle associazioni Artenne e Forme in bilico, nata dalla collaborazione con il Gruppo formazione lavoro dell’Asl Città di Torino, e la cooperativa sociale Chronos, che coinvolge persone con fragilità, volontari di ogni età e giovani studenti in un percorso di apprendimento, inclusivo e monitorato, che consente loro di sperimentare nuove opportunità di accessibilità e formazione al lavoro come assistenti di sala, aiutanti per i laboratori e guide per il pubblico. Palazzo Barolo, edificio del Seicento, è un luogo ideale sotto il profilo educativo poiché offre la possibilità di un approccio diretto alla cultura artistica attraverso la collaborazione alla realizzazione dei numerosi eventi che vi sono ospitati e l’accessibilità dei diversi spazi, grazie alla mancanza di barriere architettoniche.

La rassegna Singolare e Plurale, progetto della Città di Torino e Opera Barolo, curata da Artenne e Forme in bilico con il sostegno di Fondazione CRT, è un’opportunità per non perdere il filo di quanto avviene in città, in regione, in Italia e nel mondo, per mantenere attiva l’ampia rete costruita, nel tempo, fra Comune di Torino, Opera Barolo, scuola, università, fondazioni, dipartimenti educazione dei musei, associazioni e cooperative sociali.

E’ un progetto che fa emergere e valorizzare le qualità nascoste dell’espressione artistica e culturale prodotta da minoranze sociali con fragilità e senza voce autonoma – persone con disabilità, anziani, pazienti psichiatrici- dando impulso alla costruzione di un welfare di comunità attraverso la continuità delle occasioni di cittadinanza attiva e di inclusione sociale per le persone a rischio di emarginazione.

 

PER INFORMAZIONI

www.facendoaltro.it – facendoaltro@gmail.com

PER ISCRIZIONI A VISITE GUIDATE E LABORATORI

www.artenne.it – artenne.artenne@gmail.com – https://forms.gle/84fFvUDaVPuzxMFu5

SEDI E ORARI

Palazzo Barolo, ingresso via Corte d’Appello 20

mercoledì | giovedì | venerdì: 10 -12.30 ; 15 -17.30; sabato | domenica: 15 -18. 30 – (www.operabarolo.it)

Bottega del Sarto Pittore, via Giulio 27

mercoledì | giovedì | venerdì: 10 -12; 16-17

Housing Giulia, via Francesco Cigna, 14/L – (www.housinggiulia.it)

vedi il programma degli eventi sul sito.

EVENTI IN COLLABORAZIONE: Città di Torino Divisione Servizi Sociali Servizio Disabilità: InGenio e Laboratorio La Galleria, Centro Arte Singolare e Plurale; La Rete In Movimento – Città Sane; Opera Barolo; MUSLI – Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia – Fondazione Tancredi di Barolo; Università degli Studi di Torino; ASL Città di Torino; gruppo di ricerca Making Sense; Accademia Albertina di Belle Arti di Torino; Primo Liceo Artistico di Torino; Centro Arti Terapie Lecco; Associazioni: Artenne, Fermata d’autobus Onlus, Forme in bilico, Futurino, International Association for Art and Psychology” (IAAP) sez. torinese, Legal@rte, Linea d’acqua, Outsider, Passages, Tactile Vision, Ulisse e Volonwrite, Volo2006 di Torino, Giulia Falletti di Barolo, Barolo (CN), Spirit of Boz/Julien Friedler di Bruxelles, MY@VY Italia / Slovacchia; Cooperative Sociali: ArtePura / Chronos / Consorzio RISO, Esserci e Accomazzi, P.G. Frassati e Nuova Vita di Torrazza P.te (To); Impresa Sociale Co-abitare di Torino; Fondazioni: Medicina a Misura di Donna e Fitzcarraldo di Torino, Bottari Lattes di Monforte d’Alba (CN).

Hiringa, kit rituale de Le Baldanzose

La qui presente Cristina Balma-Tivola, avendo già collaborato per il reading Le viaggiatrici: donne altrove con l’amica storica delle donne e dei media Emiliana Losma, ha costituito con questa un duo dal nome Le Baldanzose (e già tal nome è tutto un programma!).

Le Baldanzose, ritrovandosi poi in vari loci tra ottobre e novembre, hanno dato vita a un progetto/produzione che pensavano da tempo, ovvero quello di realizzare kit rituali nei quali mettere oggetti, pensieri e proposte pratiche per migliorare le nostre vite, a partire dal mettere a fuoco i nostri desideri e di qui compiere i passi necessari per realizzarli, aiutati un po’ da credenze da altre culture e un po’ dalla psicomagia.

Ne è venuto fuori un kit rituale che abbiamo chiamato Hiringa, dove tale parola, in maori, significa perseveranza, energia, determinazione, ispirazione, vitalità. Incantevole, nevvero? Ci sembrava perfetto per il messaggio e l’intenzione del kit, costituito da 7 oggetti e un manuale d’istruzioni, quasi tutto fatto artigianalmente da noi.

Quanto proponiamo spazia poi dalla piccola cosa da fare una singola volta ad altre da fare di tanto in tanto ad altre ancora da costruirsi all’esercizio con cui rimettere a fuoco ciò che si desidera e perseguirlo con fiducia anche per mesi. Nella sua produzione abbiamo fatto riferimento anche a splendidi e complici fornitori – Il Quarzo Rosa, la Fodertex, il Global Marketplace (commercio equo) – così che il risultato fosse quanto più possibile carico di buone energie nostre e di altre belle persone.

Il kit rituale verrà presentato pubblicamente nel mese di dicembre e contemporaneamente messo in vendita dalla fine di novembre per tutto il mese successivo, in un numero limitato di confezioni (ma non temete, ciò non significa affatto che il suo costo sia assurdo: è proprio che volevamo fare una prima piccola serie al volo per vedere se vi piace).
Per informazioni su costi, disponibilità, consegne, o per altre domande/proposte, potete contattarci qui o scrivere a lebaldanzose@gmail.com

Qui alcune immagini del suo contenuto e della sua produzione.

“CIARPE, FRASTAGLI E SCAMPOLI”

Il Castello d’Albertis – Museo delle culture del mondo di Genova ha lanciato una sottoscrizione per il restauro e l’accessibilità del diario del Capitano d’Albertis.
Qui di seguito la descrizione con il link per sostenere l’iniziativa, con in calce un video in cui la direttrice racconta il progetto e mostra alcune pagine dal diario.
Da Genova al mondo

Hai mai partecipato ad una regata a Sarawak, la terra di Sandokan?
Sai che sapore ha il  vermouth all’Hotel de l’Europe a Singapore? E una vermicelli soup sul piroscafo Australia”?
Come si viaggia in prima classe da Hong Kong a San Francisco sulla nave a vapore della città di Tokyo?
Sei mai stato invitato a pranzo dal sindaco di Melbourne?
Dove andresti con un pass gratuito di prima classe per tutta la rete ferroviaria australiana?

Tutte queste cose e mille altre ancora le ha fatte il Capitano Enrico Alberto d’Albertis tra il 1877 e il 1878, e le ha custodite in un diario di viaggio chiamato “CIARPE, FRASTAGLI E SCAMPOLI” come i ricordi del suo primo giro del mondo, iniziato a Livorno e terminato a Plymouth, per poi tornare alla sua amata Genova, dove era nato nel 1846.

Un diario di viaggio fatto di ritagli di giornale, menù di hotel e di navi, biglietti da visita in giapponese, tessere di accesso a club esclusivi per 15 giorni o sei mesi, lettere di governatori e consoli, biglietti riservati per l’ingresso a teatro, telegrammi e barzellette: un album che ci permette di viaggiare con lui attraverso India, Nuova Guinea, Australia, Nuova Zelanda e Tasmania, fino in Cina, Giappone, New York, Galapagos, Giamaica e Barbados…
Un viaggio che ci fa percorrere un secolo e che, senza fotografie, ci fa immaginare, vivere e sognare di essere con lui al Tasmanian Club di Hobarth, di farci confezionare una giacca al Tailoring, Cleaning and Dyeing del 646 di Broadway a New York o di assaporare le mille prelibatezze di una cucina di altri mondi e tempi…

Un viaggio da fare in compagnia di un amante del mare che si è arruolato nella Marina Militare ed ha abbracciato la Marina Mercantile, che però ha scelto di chiudere a 25 anni la sua carriera ufficiale, al comando della prima nave italiana che ha attraversato il canale di Suez nel 1871.
Un viaggio con chi, per amore del mare, ha fondato nella sua città natale il primo Yacht Club, che per raccogliere i suoi “souvenir” di viaggio e le sue “Ciarpe”, si è costruito un castello affacciato sulla sua amata città di Genova, nel quale oggi c’è un gran via vai da ogni dove.

Tutti i fondi raccolti in occasione di questa campagna di crowdfunding verranno destinati a:
• Realizzare una copia del diario che sarà disponibile a tutti i visitatori del museo
• Restaurare l’originale e confezionare una scatola a pH neutro in cui riporlo
• Digitalizzare e inserirne la copia in modo che possa essere sfogliato in maniera virtuale

Per donazioni e descrizione dei benefit per i donatori, seguite questo link.

Il racconto della direttrice Maria Camilla De Palma è invece il seguente:

Workshop Carnet de Voyage il 21 ottobre 2018

Il Carnet de Voyage – in italiano ‘taccuino di viaggio’ – è quel diario in cui viaggiatori del passato e del presente annotano la strada percorsa, i paesaggi che hanno ammirato, le cose che li hanno incuriositi, gli incontri che li hanno visti protagonisti. Seppur opere liberamente elaborate dagli autori, nella loro produzione questi quaderni possono rispondere a diverse finalità, dove ciascuna di queste prevede specifiche strategie, strumenti, tecniche e modalità di realizzazione.

In questo workshop parleremo principalmente di scrittura di diari di viaggio, e meno (sebbene tratteremo anche di quella) della loro illustrazione.

I materiali necessari al lavoro della giornata (che sarà assai ludica) verranno comunicati a breve.

 

DURATA
domenica 21 ottobre h.10-18.
Luogo: Torino (l’indirizzo verrà comunicato privatamente agli iscritti).

 

PER ISCRIVERSI
Il workshop viene attivato con 6 iscritti. Viste le frequenti iscrizioni del passato non seguite poi dalla partecipazione effettiva, IL WORKSHOP è GRATUITO, ma – a dimostrazione di serietà nel prendersi l’impegno di frequentarlo – viene richiesto il versamento anticipato di Euro 10,00 alla carta postepay che vi verrà indicata quando vi iscriverete inviando un’email a CBALMATIVOLA(at)GMAIL.COM
Tale contributo andrà a costituire il fondo di base per mangiare insieme fuori nella pausa pranzo, così che se non ci sarete ne beneficeranno coloro che invece ci sono!
(partecipazione/interesse espressi via facebook non verranno considerate iscrizioni)

 

Workshop di Etnografia (per non antropologi)

DESCRIZIONE
Serie fotografiche, opere d’arte, progetti sociali, architettonici, urbanistici, iniziative di comunità: l’etnografia è oggi alla base di numerosissime quanto disparate attività culturali, ma sappiamo veramente in che cosa consista e come si conduca un’indagine etnografica?
Il Workshop di Etnografia qui proposto fornisce le basi della metodologia di ricerca, approfondendo teoria, tecniche e strumenti diversi dei quali verranno evidenziate di volta in volta le potenzialità in funzione dell’utilizzo successivo dei dati raccolti. Sono previste più esercitazioni.

DESTINATARI
Professionisti dell’arte, della cultura, dell’urbanistica, dell’architettura privi di formazione etnografico-antropologica; studenti di discipline artistiche e umanistiche non antropologiche, di architettura, urbanistica, medicina, scienze politiche; viaggiatori ed esploratori del mondo.

DURATA
domenica 28 ottobre h.10-19.
Luogo: Torino (l’indirizzo verrà comunicato privatamente agli iscritti).

PROGRAMMA (DI MASSIMA)
– h.10.00-10.15 Apertura del workshop
– h.10.15-11.30 Lezione #1 (lavoro sul campo e raccolta dei dati)
– h.11.30-12.30 Prima esercitazione
– h.12.30-14.00 Pranzo fuori + discussione
– h.14.00-15.30 Lezione #2 (la scrittura etnografica)
– h.15.30-17.30 Seconda esercitazione
– h.17.30-19.00 Discussione materiali prodotti e conclusione.

PER ISCRIVERSI
Il workshop viene attivato con 6 iscritti. Viste le frequenti iscrizioni del passato non seguite poi dalla partecipazione effettiva, IL WORKSHOP rimane GRATUITO, ma – a dimostrazione di serietà nel prendersi l’impegno di frequentarlo – viene richiesto il versamento anticipato di Euro 10,00 alla carta postepay che vi verrà indicata quando vi iscriverete inviando un’email a CBALMATIVOLA(at)GMAIL.COM
Tale contributo andrà a costituire il fondo di base per mangiare insieme fuori nella pausa pranzo, così che se non ci sarete ne beneficeranno coloro che invece ci sono!
(partecipazione/interesse espressi via facebook non verranno considerate iscrizioni).