CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

CRISTINA BALMA-TIVOLA

Etnografia dello spazio urbano III – Povertà, ristrutturazioni, la ‘nostra’ casa

All’inizio era un complesso di case popolari. Edificate negli anni ’50, i criteri estetici che ne erano alla base avevano fatto esclamare a un’amica bulgara “Sembrano proprio casa mia!”. Gli isolati si ripetevano uguali, composti di edifici squadrati di quattro piani che richiudevano al loro interno cortili in terra battuta adibita a improprio e spartano parcheggio. Nessun bambino vi avrebbe mai potuto giocare.
La povertà regnava (e regna) sovrana e la si poteva riconoscere con qualsiasi organo di senso. Dalla finestra si scorgono ancora adesso balconi pieni di cianfrusaglie ivi depositate in tempi remoti e dimenticate, protette da tele cerate a mo’ di tende che sbattono con un rumore accartocciato e sordo nelle luminose giornate di vento. In estete voci dialettali e voci straniere si mescolano a odori di fritto e di sugo di pomodoro per entrare in casa e ricordarti che quello è il tuo rifugio, ma che non sei mai solo – qualsiasi cosa ti possa accadere.

Per mia nonna questo alloggio era il suo regno, conquistato a fatica e segno del ‘benessere’ raggiunto con il lavoro e il risparmio. Ben diverso da come è oggi – dopo che vi ho messo le mani io trasformandolo nello spazio di una professionista 35enne – aveva ai miei occhi di bambina un aspetto datato, triste e un po’ stantio, pur se mia nonna passava il tempo a tirarlo a lucido. L’aria dimessa dell’appartamento era comune a tutto il palazzo. Bianche le pareti degli alloggi, in legno i mobili a esclusione di quelli in plastica della cucina. Allo stesso modo, bianche erano le pareti delle scale, in marmo i gradini, in legno il mancorrente. Giallina pallida la facciata esterna. Nulla doveva risaltare, nessun cambiamento era possibile: poveri eravamo e poveri dovevamo rimanere.

Ignoro come passammo dall’essere inquilini di casa popolare – grazie a quella subdola matrona di mia nonna che aveva trafficato attraverso un prete per entrare nella graduatoria degli aventi diritto – a proprietari dell’alloggio in questione. So che piano piano tutti i vari inquilini dei vari alloggi riuscirono anch’essi ad acquistarli o a farli acquistare da fratelli, sorelle, nipoti così da creare (salvo per quanto riguarda noi, dato che nel nostro caso la famiglia è sempre stata composta da quattro gatti) una trama di relazioni così che ancora oggi anziché telefonarsi o andarsi a fare visita si aggiornano quotidianamente sulle reciproche condizioni di salute urlando da balcone a balcone.

L’alloggio al secondo piano venne ‘rinfrescato’ alcuni anni fa. Poi io buttai giù le pareti del mio e colorai in lilla e bordeaux il mio ‘castello’ (così lo chiamarono gli altri inquilini del palazzo che videro passare per settimane piastrelle, palchetti in legno, sanitari nuovi e mobili IKEA comprati appositamente). Infine anche al piano rialzato il giovane proprietario buttò giù parte delle pareti e si lanciò nel dipingere quelle rimanenti in viola e verde acqua.
L’euforia ristrutturante attraversò come una scossa elettrica la tromba delle scale e a questo punto i condomini ripresero il vecchio progetto sino a quel momento accantonato di installare finalmente un ascensore, rosicando qualche centimetro a quattro piani di gradini. E così fu. Uno scafandro di non particolare bellezza salvò le gambe e i polmoni di quelli che invecchiavano e destò una rinnovata gioia nei neopensionati che, forse in cerca di nuove battaglie, proposero di riverniciare la tromba delle scale e, di già che c’erano, cambiare il vecchio portone d’ingresso – invero molto buio – con uno nuovo, anch’esso in legno, ma dotato di aperture vetrate per lasciar passare la luce. Si fece anche quello.

Il fervore e l’orgoglio dell’appartenenza a – e del possesso di – uno spazio che pur nella sua modestia diventava sempre più gradevole aprì all’impegno individuale a svuotare le aree comuni delle cantine dalle macerie abbandonate nel tempo, passando attraverso i rimbrotti a chi parcheggiava temporaneamente passeggini o biciclette nel piccolo androne e alla critica alla pulizia sommaria del condominio da parte dell’impresa scelta dall’amministratore. Insomma: i condomini si rivelavano sempre più attenti, gelosi e orgogliosi del palazzo fino a giungere alla decisione di lanciarsi nell’impresa della ristrutturazione delle facciate esterne.

Anni addietro, su una di queste, un tifoso granata aveva scritto “Tororo” (?) con tanto di corna sulla prima ‘o’ che faceva sorridere benevolmente del suo entusiasmo, che l’aveva portato a raddoppiare la seconda sillaba della sua squadra del cuore, chiunque leggesse. Un ponteggio mobile ora lo cancellava e, pur rimanendo l’obbligo di sostituire il color canarino precedente con un’altra anonima vernice gialla, ci prendemmo la libertà di darne tante mani da renderla quasi un ocra. In un guizzo estremo di fantasia e presunzione, infine, facemmo installare tubature per lo scolo dell’acqua piovana in rame all’esterno del palazzo e quando fu libero dai ponteggi a guardarlo dalla strada concordammo soddisfatti che il lavoro era venuto proprio bene. Ci montammo la testa affermando che “aveva qualcosa del Beaubourg” e da quel momento in poi ci sentimmo davvero ricchi.