CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

La brillantezza, il tempo del sogno e la pittura yolngu

Il precedente post di Sull’amaca mi ha fatto venire in mente un argomento del quale prima o poi avrei voluto parlarvi, ovvero della qualità della “brillantezza” perseguita in parte delle arti visive dell’Australia aborigena.
Howard Morphy (qui il suo profilo completo) ha studiato a lungo la pittura cerimoniale degli yolngu – popolazione che abita da decenni in insediamenti urbani nell’area dell’Arnhem Land (Northern Territory) e che solo recentemente sta tornando ai luoghi tradizionali nella foresta – focalizzando la propria attenzione sulle opere prodotte a livello locale per scopi rituali, opere comprensibili solo con un’indagine che tenga conto contemporaneamente di più variabili.

La prima variabile è quella del contesto culturale in cui l’opera viene realizzata e fruita. Nella religione aborigena australiana, che si presenta estremamente articolata nel numero degli esseri ancestrali – in cui si combinano attributi umani e animali – che ne fanno parte e dei miti che li vedono protagonisti, si ritiene che il territorio sia stato creato in un tempo detto ‘del sogno’ (che in realtà è un tempo eterno che include passato, presente e futuro) dal passaggio di tali antenati i quali, nel percorrere grandi distanze, lasciarono tracce del loro passaggio, dei luoghi in cui si fermarono, delle piste che seguirono ecc., che si risolsero in tutti gli elementi naturali riscontrabili in un paesaggio: monti, colline, fiumi, stagni ecc.
Nel compiere tali percorsi, gli esseri ancestrali attraversarono il territorio di uno o più gruppi sociali, che da quel momento furono legati a specifiche configurazioni di animali totemici propri di quegli antenati. Ciascun clan (famiglia estesa che si riconosce nella medesima configurazione) è quindi ora ‘custode’ di una specifica configurazione di animali totemici, cui sono associati specifici miti e rituali.

The Milky Way di Mawalan Marika

Una seconda variabile è data dalla premessa che presso gli yolngu – ma lo stesso vale anche per le altre popolazioni aborigene australiane – non vi è distinzione tra i generi espressivi come da noi (danza, musica, pittura, canto ecc.) i quali vengono piuttosto, nella tradizione, attivati tutti contemporaneamente nel contesto rituale. In queste occasioni il gruppo racconta miti, interpreta danze, musiche e canzoni, dipinge il proprio corpo e altri supporti, in funzione di specifici scopi, e condivide e tramanda il sapere proprio della comunità.
Le pitture realizzate dagli yolngu a scopo rituale sono indicate come maradayn miny’tji – dove ‘miny’tji’ significa ‘pittura’, mentre ‘maradayn’ è l’insieme di danze, canzoni, pitture, oggetti sacri e incantesimi rituali – e ciascun clan possiede un particolare disegno che distingue le sue pitture da quelle degli altri clan.
Tali pitture cerimoniali sono legate agli esseri ancestrali sotto due aspetti:
– considerando l’atto pittorico in sé, gli yolngu ritengono che i loro disegni siano apparsi per la prima volta sul corpo dei vari antenati;
– considerando il significato dei disegni, questo rimanda invece a eventi del passato mitico che hanno portato alla creazione del paesaggio; in questo senso una pittura può essere considerata una ‘mappa’ del territorio di un clan.

Qual è però la finalità della pittura nel contesto rituale e dove appare – e perché – questa variabile della brillantezza?
Ciò che interessa a un artista yolngu sono tre cose: produrre un disegno corretto, ottenere un certo effetto sui sensi del fruitore e fare sì che il disegno sia un efficace veicolo di poteri magico-religiosi. Ma la pittura su corteccia non ottiene tali risultati unicamente tramite la rappresentazione figurativa o simbolica di miti e relazioni: un elemento di particolare rilievo per il conseguimento delle finalità indicate afferisce infatti allo stile con cui sono espressi i contenuti. Tale elemento è il bir’yun, traducibile con ‘brillantezza’.
In senso ampio e generale, il bir’yun è ogni intensa fonte o rifrazione luminosa, come ad esempio i raggi di sole o i giochi della luce che si riflette sull’acqua. Nel caso specifico, il bir’yun di una pittura è un effetto visuale creato dall’intreccio di linee tratteggiate che copre la superficie di una pittura cerimoniale. Prima dell’intervento pittorico che dona il bir’yun, la pittura appare ancora opaca: un insieme sgranato di figure in nero e giallo su sfondo rosso. Dopo l’esecuzione di vari tipi di tratteggio incrociato la superficie acquisisce invece un aspetto brillante e i suoi elementi risultano chiaramente definiti.

Gumatj at Yirrinyina di Madinydjarr Yunupinu

Nella maggior parte dei casi il bir’yun è una qualità estetica associata a emozioni positive. Ogni pittura, però, ha quindi anche un suo specifico insieme di connotazioni che possono mutare l’emozione e attivare energie negative. Questa è una delle ragioni per cui le linee a tratteggio incrociato delle pitture sono intenzionalmente sbavate o ricoperte prima dell’esposizione in pubblico, così come spesso distrutte nel giro di poche ore e minuti dalla loro elaborazione: queste pitture sono infatti da fruirsi con una visione breve, sfuggente e limitata – utile a enfatizzare l’instabilità percettiva alla base dell’effetto di brillantezza.

La qualità estetica della brillantezza, infine, non appartiene solo ai dipinti su corteccia, ma anche a quelli sul corpo umano: se molte cerimonie yolngu operano per incrementare il potere spirituale degli individui e della comunità, uno dei modi più usati per ottenere questo risultato è quello di trasformare le persone in ‘oggetti sacri’ rendendole brillanti, e a questo scopo gli yolngu usano materiali come sangue, argilla, grasso animale, cera di api, ocra rossa e gialla, piume di pappagallo che hanno la proprietà di risplendere alla luce per disegnare quelle figure e quei simboli che li rendono partecipi dell’energia legata al passato ancestrale.