CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

CRISTINA BALMA-TIVOLA

“Vanitas”, di James Hopkins

Per parlare di James Hopkins uso le parole di Manuela Annibali, la quale definisce l’artista inglese un “acuto conoscitore dei principi formali, simbolici e prospettici delle immagini” che, “realizzando sculture e installazioni che giocano sull’equilibrio, sullo spazio e, soprattutto, sull’illusione ottica, sulla consapevolezza / inconsapevolezza della percezione e sui contenuti allegorici […] pressa i limiti della rappresentazione, avvalendosi di istruiti giochi linguistici e affrontando coscientemente concetti storico-artistici che affondano le radici nella più classica delle tradizioni” invitandoci “a riflettere sulla mutevolezza e sulla instabilità della realtà moderna. Mistificando oggetti ed equilibri, l’artista sa rendere attuali iconografie artistiche datate, dunque, quali la vanitas e la natura morta”.
Ed è proprio la serie Vanitas, della quale riporto sia immagini sia l’ulteriore descrizione della Annibali:

“E’ nel libro sacro Qoelet, presente nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana come nella Bibbia ebraica, che appare esposto per la prima volta l’assioma, o monito se vogliamo, di Vanitas vanitatum, vanità delle vanità, categorica sentenza di come tutto non sia altro che cosa fatua. Sulla scia di tale fonte letteraria, i temi della morte, del passare inesorabile del tempo e della fine di tutte le cose sono stati affrontati nell’arte, con caparbietà già dall’antichità: un cranio e una farfalla (in greco la parola ‘farfalla’, psyce, significa anche anima) troneggiano in un mosaico rinvenuto a Pompei, così come scene di ‘danze macabre’, grotteschi girotondi di uomini e scheletri, appaiono in età medioevale come severo invito a condurre una virtuosa vita cristiana.”

“La Vanitas in quanto genere pittorico autonomo si afferma però nel periodo della Controriforma, soprattutto in ambito Protestante e Calvinista, come caposaldo di una didattica moralistica, religiosa e filosofica tutta seicentesca. Nature morte con chiari elementi che alludono alla caducità della vita terrena — il teschio, la candela spenta, silenti strumenti musicali, la clessidra, l’orologio, le bolle di sapone, il fiore reciso, i frutti intaccati dai vermi —, con crudo realismo, affastellano le gallerie dei principali musei d’arte, ricordando anche al poco attento osservatore quanto effimera sia la vita terrena, con i suoi beni e i suoi piaceri tutti umani.Quasi completamente abbandonato durante il Secolo dei Lumi, il soggetto seduce successivamente artisti come Cézanne, Braque, Mirò, Ernst, Klee, Magritte, Dalì, Tyson, Warhol e Hirst, che, in epoca più moderna, ne ripropongono rielaborazioni del tutto inedite, spesso irriverenti e provocatorie.”
Personalmente, però, come antropologa, a me quesa serie solleva anche altre riflessioni, più relative a una reinterpretazione artistica degli oggetti della nostra cultura materiale contemporanea, i quali – come sappiamo – possono anche dirci molti della nostra ideantità nel momento in cui li rifiutiamo o li adottiamo facendone il nostro specifico uso personale.
Come comporreste il vostro corpo e la vostra identità, con oggetti d’uso quotidiano? Quali scegliereste? Come li disporreste su una superficie piana?