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Nuova Museologia #41 – I musei delle culture

Vi informo che è uscito il numero di “Nuova Museologia” dedicato ai musei delle culture curato da me, Cristina Balma-Tivola, e Maria Camilla De Palma, direttore di Castello D’Albertis –  Museo delle culture di Genova.
Lo si trova online open access all’indirizzo
https://www.nuovamuseologia.it/category/n-41-novembre-2019/

Indice
pag. 1 – I musei delle culture: primi spunti e qualche riflessione
Cristina Balma-Tivola, Maria Camilla De Palma
pag. 6 – “Honni soit qui mal y pense!”
Lorenzo Brutti
pag. 17 – Mettere in scena le culture del mondo Il Rautenstrauch-Joest Museum – Kulturen der Welt a Colonia
Mariella Brenna
pag. 22 – Ricomporre fratture scomposte: il MUEC di Barcellona
Cristina Balma-Tivola
pag. 30 – The Ethnographic Museum: connectedness and entanglements
Anna Schmid
pag. 37 – Il MAET fra decolonizzazione e accessibilità culturale
Gianluigi Mangiapane, Erika Grasso
pag. 44 – Il Museo delle Culture del Mondo a Genova
Antonio Marazzi
pag. 48 – Antropologico fiorentino: premesse per una rinascita
Monica Zavattaro
pag. 55 – Progettazione partecipata e dialogo con le comunità della diaspora
Rosa Anna Di Lella
pag. 60 – Musei in campi profughi. Il caso del Sahara occidentale
Carles Serra, Eliseu Carbonell, Saida Palou Rubio

Cliccando inoltre sul link di ‘download’ nella colonna a destra della stessa pagina è possibile scaricare in pdf l’intero numero.

 

Uluru: il 26 ottobre 2019 è entrato in vigore il divieto di scalare la montagna sacra, restituendone definitivamente la gestione alla comunità aborigena Pitjantjatjara. Guardie forestali aborigene guideranno d’ora in poi i turisti alla conoscenza del territorio così come concepito nella cultura locale. (Foto Angelo Giordano 2015)

“Vanitas”, di James Hopkins

Per parlare di James Hopkins uso le parole di Manuela Annibali, la quale definisce l’artista inglese un “acuto conoscitore dei principi formali, simbolici e prospettici delle immagini” che, “realizzando sculture e installazioni che giocano sull’equilibrio, sullo spazio e, soprattutto, sull’illusione ottica, sulla consapevolezza / inconsapevolezza della percezione e sui contenuti allegorici […] pressa i limiti della rappresentazione, avvalendosi di istruiti giochi linguistici e affrontando coscientemente concetti storico-artistici che affondano le radici nella più classica delle tradizioni” invitandoci “a riflettere sulla mutevolezza e sulla instabilità della realtà moderna. Mistificando oggetti ed equilibri, l’artista sa rendere attuali iconografie artistiche datate, dunque, quali la vanitas e la natura morta”.
Ed è proprio la serie Vanitas, della quale riporto sia immagini sia l’ulteriore descrizione della Annibali:

“E’ nel libro sacro Qoelet, presente nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana come nella Bibbia ebraica, che appare esposto per la prima volta l’assioma, o monito se vogliamo, di Vanitas vanitatum, vanità delle vanità, categorica sentenza di come tutto non sia altro che cosa fatua. Sulla scia di tale fonte letteraria, i temi della morte, del passare inesorabile del tempo e della fine di tutte le cose sono stati affrontati nell’arte, con caparbietà già dall’antichità: un cranio e una farfalla (in greco la parola ‘farfalla’, psyce, significa anche anima) troneggiano in un mosaico rinvenuto a Pompei, così come scene di ‘danze macabre’, grotteschi girotondi di uomini e scheletri, appaiono in età medioevale come severo invito a condurre una virtuosa vita cristiana.”

“La Vanitas in quanto genere pittorico autonomo si afferma però nel periodo della Controriforma, soprattutto in ambito Protestante e Calvinista, come caposaldo di una didattica moralistica, religiosa e filosofica tutta seicentesca. Nature morte con chiari elementi che alludono alla caducità della vita terrena — il teschio, la candela spenta, silenti strumenti musicali, la clessidra, l’orologio, le bolle di sapone, il fiore reciso, i frutti intaccati dai vermi —, con crudo realismo, affastellano le gallerie dei principali musei d’arte, ricordando anche al poco attento osservatore quanto effimera sia la vita terrena, con i suoi beni e i suoi piaceri tutti umani.Quasi completamente abbandonato durante il Secolo dei Lumi, il soggetto seduce successivamente artisti come Cézanne, Braque, Mirò, Ernst, Klee, Magritte, Dalì, Tyson, Warhol e Hirst, che, in epoca più moderna, ne ripropongono rielaborazioni del tutto inedite, spesso irriverenti e provocatorie.”
Personalmente, però, come antropologa, a me quesa serie solleva anche altre riflessioni, più relative a una reinterpretazione artistica degli oggetti della nostra cultura materiale contemporanea, i quali – come sappiamo – possono anche dirci molti della nostra ideantità nel momento in cui li rifiutiamo o li adottiamo facendone il nostro specifico uso personale.
Come comporreste il vostro corpo e la vostra identità, con oggetti d’uso quotidiano? Quali scegliereste? Come li disporreste su una superficie piana?