CRISTINA BALMA-TIVOLA

KRI "muovere [k] liberamente [ri]" | STI "stare [s] in moto [ti]" | NA "effetto [ā] del soffio vitale delle acque [n]"

CRISTINA BALMA-TIVOLA

Collaborazioni sperimentali

Tra i vari panel presenti nel 1° convegno AIBR in Madrid, i due dedicati alle “Collaborazioni sperimentali” che hanno visto come promotori Adolfo Estalella e Tomás Sánchez-Criado si pongono l’obiettivo di confrontare tentativi di ricerca al di là dell’osservazione partecipante, verificando e discutendo casi concreti di ricerca che prevedono la dimensione collaborativa antropologo-soggetti e l’intersezione tra diverse metodologie, tecniche e punti di vista nel contesto di campo e in quello interpretativo.
Tentativi, ipotesi, sperimentazioni appunto, perché una standardizzazione teorico-metodologica relativa di fatto non esiste (ancora) e il mirare a questa – ammesso che si possa arrivare ad elaborarne una – è di fatto uno degli obiettivi di un lungo processo che i promotori dei due panel hanno iniziato da alcuni anni nei più vari contesti, da quelli accademici (dove pratiche e saperi sembrano sempre più ripiegati su se stessi) a quelli extra-accademici (dall’ambito dell’attivismo a quello dell’intervento istituzionale urbano a quello ancora della strada stessa e dei suoi protagonisti).

 

La modalità etnografica tradizionale prevede il ricorso ad appunti scritti, fotografie, registrazioni audio e nei casi più audaci riprese video/cinematografiche, per poi restituire le proprie interpretazioni – soggettive, verticali, monoprospettiche – in testi, dove immagini e suoni sono, se previsti, di mero appoggio alla comunicazione verbale scritta in forma di saggio.
Eppure, come una volta affermò Bernardo Bernardi, già lo “scrivere un’etnografia è un’arte” – ovvero sia un lavoro artistico sia una pratica che presuppone una competenza tecnica specifica: dal nel lavoro di raccolta-produzione dei dati, in quello della loro interpretazione, in quello ancora dell’espressione di quest’ultima, l’intero processo etnografico prevede l’assemblaggio di diversi dispositivi (Estalella), dove la collaborazione con il contesto e i soggetti cambiano e contestualizzano altresì gli strumenti cui si ricorre di volta in volta.
La stessa identità del ricercatore sappiamo perfettamente essere la prima prospettiva attraverso la quale viene prodotta conoscenza – i famosi “dati” – relativa dell’altro. Ma se la storia recente dell’antropologia ha spesso sottolineato e incoraggiato l’uso autoriflessivo di tal consapevolezza da parte del ricercatore, molto raramente questi ha usato quella medesima consapevolezza come punto di partenza per sperimentare tentativi concreti di potenziale produzione creativa e inedita di sapere.

 

La frequenza nell’impedirselo da parte dell’etnografo può essere motivata da diversi fattori. In primis, seguendo la logica kiss (keep it simple, stupid) potrebbe trattarsi di pura incapacità concreta di muoversi oltre il rassicurante prestabilito della disciplina. Atteggiamento che ha di riflesso la rassicurante bambagia del venire confermati nella propria autorevolezza da parte del contesto accademico stesso, che pone limiti al riconoscimento del valore del lavoro quando praticato con metodologie non ortodosse per non dire che proprio le boicotta.
Il problema della sperimentazione oltre le pratiche abituali della disciplina – che invero si portano dietro nefandezze etiche e cantonate interpretative non da ridere in tutta la storia dell’antropologia – è infatti proprio questo: quello del riconoscimento del valore dei dati prodotti e delle interpretazioni elaborate in assenza di standard valutativi riconosciuti e condivisi. Per cui è paradossalmente preferibile che il ricercatore si trovi solo a dover affrontare i dilemmi, le incongruenze, le vere e proprie crisi dell’attività etnografica con l’eventuale effetto collaterale dell’insensatezza e dell’erroneità delle proprie interpretazioni piuttosto che abbracciare realmente una benefica autoriflessione che potrebbe mettere nuovamente in crisi l’antropologia accademica facendone vacillare i protagonisti che hanno tenuto banco sinora, ma magari essere foriera di una rivoluzione e una rinascita della disciplina (che invero qualcosa di utile da dire sulla società e sul mondo contemporaneo ce l’avrebbe anche…).

 

Come dice Ricardo Antón, del gruppo ColaBoraBora, “Sono un esperto dello ‘stare tra’ – tra antropologia, arte e attivismo – e questo dà libertà, certo, ma priva di riconoscimento”. Eppure la mole e la qualità dei dati raccolti e prodotti, il tempo dedicato al lavoro, l’attenzione a dettagli infinitesimali, l’autoriflessività costante, la conversazione piuttosto che l’intervista, la produzione del sapere in collaborazione sottoponendo ad autocritica la (propria) medesima dimensione autoriale, dovrebbero già tutte essere variabili a sostegno del valore di pratiche che non temono l’immergersi nella complessità, nella cura, nella maniacale attenzione al dettaglio e nella messa in gioco di sé rispetto alla già ardua pratica etnografica ‘tradizionale’.
Con tanto dell’annoverare sullo stesso piano e a fianco alla ricerca anche la dimensione etica e politica del proprio agire, come ben spiegano sia il video autodescrittivo del gruppo ColaBoraBora, sia TedTalk di Antón.

 

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=eEpuhWZsCn4&w=320&h=266]

 

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=Tv7LOpWZPZg&w=320&h=266]
Una ricchezza – quella di queste sperimentazioni – dovuta al continuo attraversamento di limiti/confini e a modalità complesse di relazione e partecipazione al reale e ai suoi protagonisti, dalla quale si corre sempre il rischio di venire fagocitati nella cacofonia di ruoli interpretati dal ricercatore e di fili che sfuggono dalle sue mani.
Vertigine provata da Tomás Sánchez-Criado che s’è ritrovato involontariamente a svolgere la propria ricerca etnografica sulle pratiche autogestite di soluzione delle barriere architettoniche a partire in realtà da un comitato di cittadini che organizzavano la festa del quartiere di Gracia di Barcellona, e di lì a montare un progetto dove da testimone del lavoro di questi cittadini ha poi promosso collaborativamente bandi di progettazione nell’ambito del design, feste e iniziative relative, confronti verbali e – nel momento in cui non riusciva più a tenere il controllo e la gestione del tutto – la realizzazione di un webdoc (quindi un prodotto a sua volta nuovamente collaborativo) che ha sintetizzato la caleidoscopica mole di dati in un prodotto fruibile aperto all’/sull’infinita collaborazione/rielaborazione (come è proprio dei webdoc).
Tutti i materiali prodotti nel contesto di “En torno A La Silla”, così come la documentazione in progress relativa, sono visibili nell’omonimo blog. Qui un reportage televisivo sul progetto:
[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=r957rvoLgjI&w=320&h=266]

 

Tra le altre presentazioni curiose, menziono il “Relatograma” di Carla Boserman, la quale insiste sull’importanza di costruire una dimensione di ‘ascolto della situazione’ da parte del ricercatore che in real time descrive e interpreta, nel suo caso attraverso sorte di tavolte di immagini e parole a mo’ di fumetto.
Qui si tratta, di nuovo, di una ‘ricercatrice sul limite’, nel senso di un professionista (di frequente a questo giro ne abbiamo visti dal mondo dell’arte) che giunge da altre discipline per poi lavorare sulla realtà con il proprio sguardo e dandone la propria interpretazione+restituzione.
E qui devo ammettere di provare quache perplessità: rispetto – e in collaborazione – a questi colleghi, la mia sensazione è che di lavoro da fare ne abbiamo parecchio – tra tutti, intendo – per arrivare a una qualche plausibilità e utilità delle nostre interpretazioni/produzioni: se infatti queste altre discipline, prospettive, metodologie, tecniche possono esserci di ispirazione come antropologi tanto nelle intuizioni quanto nelle percezioni di informazioni che altrimenti potremmo perdere – abituati dalla nostra pratica esclusivamente all’ascolto/osservazione mentre partecipiamo in qualche misura delle vite dei nostri soggetti – così come pure nella restituzione delle nostre interpretazioni, e se non possiamo pensare di continuare a essere degli “amatori” noi stessi nel momento in cui prendiamo in mano strumenti che non siamo abituati a usare euristicamente o produttivamente (dal nostro stesso corpo nella pratica teatrale, a un pennello o a una videocamera nella mano) pratimenti gli altri nostri colleghi-professionisti dei loro rispettivi campi disciplinari continuano a darmi l’impressione di una profonda superficialità nell’affrontare l’indagine del reale, liberandosi serenamente con una scrollata di spalle della chirurgica critica mossa loro all’epoca da Hal Foster.
Perché come noi siamo dei dilettanti nell’uso di qualsiasi strumento al di là della parola scritta, pure qui dall’altra parte emerge di tutto: dal narcisismo o anche solo dalla difesa della propria distinzione da parte dei nostri colleghi professionisti (così come pure noi d’altronde ne pecchiamo: la dinamica orizzontalità/condivisione-distinzione/riconoscimento attanaglia tutti come dilemma etico, politico e professionale!) wannabe antropologi con due mesi (quando va bene) di lavoro di campo approssimativo e casuale sulle spalle, all’attitudine buonista con cui li vediamo improvvisarsi mediatori annullando la propria medesima soggettività, persuasi della bontà e dell’utilità del proprio progetto-tra-diversi-soggetti-umani.
La sensazione finale è che vi siano due strade potenzialmente percorribili: o si impara tutti a fare tutto bene – ovvero si diventa competenti, mettendoci tempo, impegno, studio, esercizio, dei diversi ambiti disciplinari in modo tale da superare i limiti nelle pratiche del proprio – oppure si impara a dialogare reciprocamente limitandoci a ‘ispirarci’ l’un l’altro ma mantenendo ciascuno la propria identità professionale, e arrestandoci sul limite di ciò che non sappiamo fare.
Eppure, mi attraversa infine la mente un ultimo interrogativo che potrebbe rappresentare una terza via: mettere in comune tutto il sapere e tutte le pratiche – ovvero rendere veramente tutti i soggetti che insistono in un contesto competenti nella propria e nell’altrui analisi/interpretazione/espressione con qualsiasi mezzo/metodologia/tecnica, ovvero pratica, disponibile – non potrebbe rappresentare il superamento di tanti dilemmi non solo relativi alla qualità delle interpretazioni ma anche alla dimensione etica e politica che (ci piaccia o meno) soggiace a qualsiasi attività propria degli umana-in-relazione?
Considerare questa via metterebbe altresì in discussione questioni quali competenza, professionilità, lavoro, denaro, mercato – e anche qui bisogna vedere quanto c’è da perdere e quanto da guadagnarci. Quanto ci vogliono perdere e quanto ci vogliono guadagnare coloro che stanno dentro. E in che cosa pensano consista la perdita e in cosa il guadagno. Chissà…
Staremo a vedere. E ad ascoltare. Ché probabilmente di cose ne sono già state fatte, ma sono sempre state nascoste negli interstizi tra le discipline e con un piede dentro e uno fuori dell’accademia hanno occupato spazi di libertà, ma difficilmente visibili e udibili dai ‘centri del sapere’, come è frequente per chi abita la marginalità…